Le mie compagne di università

Non so perché ma ogni tanto mi ritrovo a pensare alle mie compagne di università, a quanto non abbia veramente legato con loro. Nonostante cercassi un legame, cercassi di capire quali fossero i loro interessi e stabilire, quindi, un contatto, non ci riuscivo: erano reticenti, mi rispondevano a pizzichi e bocconi e passavano subito a parlare degli esami che dovevamo fare.

All’inizio credevo che fossero timide, che non volessero dirmi cosa realmente gli piacesse. Poi ho pensato che fosse colpa mia, ma notavo che facevano così con tutti. Così ho lasciato perdere.

Oggi, quando mi ritornano in mente, mi ritrovo a pensare che forse non avevano realmente degli interessi, e che la loro vita era occupata solamente dallo studio.

Io, appena mi è possibile, mi rifugio nel mio blog, tra i miei libri, tra gli anime e i film. Ma loro? Se anche mi confessavano di essere andate al cinema, non erano in grado di dirmi cosa gli fosse piaciuto e cosa no, di fare un’analisi, di confrontare quella pellicola con un’altra. Si limitavano a scrollare le spalle e dire: “Sì, bello” oppure “Sai, l’ho visto così, per passare il tempo” e chiudevano lì il discorso. Quando gli chiedevo cosa gli piacesse fare nel tempo libero, mi davano risposte vaghe ed inconcludenti. Dicevano di passeggiare per il corso e guardare la televisione. Ma di cosa parlavano con i non studenti? Possibile che non gli interesse altro che studio e pettegolezzi? Quale vita miserabile era mai questa?

Per questo non mi sono mai fatta delle vere amiche. Non mi sono mai sentita veramente a mio agio con qualcuno, poiché quel qualcuno non riusciva neanche a comprendere i miei interessi.

Parlare di anime, videogiochi, film, serie tv, blog, libri è una cosa che sono riuscita a fare a pieno solo con il mio ragazzo.

Per questo dico che è S. anche il mio migliore amico.

Scriverò un libro

Sì, lo scriverò, lo farò, sono anni che lo ripeto.

Quando lo dico accade una cosa strana: so di dirlo con convinzione ma, nello stesso momento, so anche che non accadrà mai. 

Ho provato a scrivere un libro, ho una bozza datata duemila e qualcosa nel mio computer, ma è rimasta lì, incompiuta, ferma, dormiente. Mi frena il pensiero che c’è già così tanta mediocrità in giro che non voglio aggiungerne altra, e che ormai tutti scrivono ma nessuno legge perciò chi sarebbe interessato, poi, alla mia creatura?

Poi però vedo, per gli stessi motivi di cui sopra, libri di Chiunque stampati su carta analogica o digitale, libri dalle storie melense, banali, dalle frasi trite e ritrite, dai nomi americani e dalle ambientazioni straniere – credo che New York sia stata grandemente abusata in questo senso – scritti da persone che non hanno mai abbandonato il loro non americano nido, e dunque non sanno di cosa parlano, libri dal testo scorrevole perché elementare, libri di poche pagine, libri che non pretendono di essere nessuno e per questo sono in pace con loro stessi. E si chiamano libri, così come i loro autori e autrici si chiamano scrittori e scrittrici.

E allora mi dico che l’ostacolo è dentro la mia testa e che certo non mi manca niente per poter scrivere, anch’io, un libro. 

Inauguro così il mio trentunesimo anno di vita, con questo augurio e con questa promessa: scriverò un libro. Lo farò per me, per non sentire più la rabbia tra gli scaffali delle librerie. Per me, non per dimostrare qualcosa. E come andrà andrà.

“Chi ha ucciso Tiziana Cantone?”

Tutti, ormai, sappiamo chi era Tiziana Cantone e cosa avesse fatto per diventare famosa. Quello che non tutti sanno è da chi è stata uccisa, e, come in ogni giallo che si rispetti, ci sono teorie — più o meno fantascientifiche, più o meno sensate — su chi possa essere il suo assassino (o assassina).

Tra le teorie più accreditate al momento, i colpevoli sono stati “I Social”, “Internet”, “Noi tutti” e, ovviamente, lei, Tiziana Cantone, che “se l’è andata a cercare”.

Per me non è stato nessuno di loro…

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