Profanazioni

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Ieri durante il pranzo, guardando il telegiornale, ho sentito una notizia che mi ha fatto rimanere la forchetta a mezz’aria.

Neri Parenti e cricca hanno deciso di fare il prequel ad “Amici miei”.

Lì i miei occhi sono diventati piatti da portata, come direbbe mio fratello, dallo stupore e dall’incredulità. Sono abituata ad un tempo in cui tutto viene dissacrato, e già avevo sentito di questa folle idea, ma pensavo che si rispettassero i mostri sacri almeno nel cinema italiano, la cui fama si regge ormai solamente sul passato, visto che nel presente non ci sono produzioni di qualità. Il cinema italiano infatti sta morendo, e i registi bravi come Muccino preferiscono fare film seri e belli in America producendo nel loro paese d’origine qualunquismo cinematografico che evidentemente è più appetibile ai loro connazionali.
E proprio per questo, credo, si vuole sfruttare i vecchi miti e rovinarli, di conseguenza. Non si può.
La trilogia di “Amici miei” comincia nel 1975, da un progetto di Pietro Germi poi realizzato dal grande Mario Monicelli, per la prematura scomparsa del primo regista. Viene seguito da “Amici miei – atto II°” sempre per la regia di Monicelli e si conclude con “Amici miei – atto III°” di Nanni Loy, una pellicola godibile ma che, a mio parere, non regge il confronto con le prime due.
Qui in Toscana questa è una trilogia culto, che supera abbondantemente il “Signore degli Anelli“, le battute si sanno ormai a memoria (io ho visto la trilogia almeno venti volte e se dovessi rivederla – specialmente i primi due atti – lo farei volentieri, non mi annoia mai), e ha in sé tutto lo spirito di questa terra del prendersi in giro, dello scherzo e della battuta pesante, del sapersi godere la vita senza preoccuparsi di nulla e di nessuno. Nel contempo è anche una trilogia malinconica e realista, mostrando come questa vita apparentemente senza regole e senza stress di qualsiasi tipo è comunque soggetta al corso degli eventi e che su questi uomini mai cresciuti che vivono alla giornata ricadono le responsabilità delle loro scelte, anche se apparentemente sembrano senza limiti e senza morale. Il finale amaro in tutti e tre i film della collezione e comunque condito dalle risate ti lascia dentro una malinconia dolciastra ma anche il monito che la vita va avanti, e che spetta a noi affrontare le difficoltà senza abbattersi mai.
Amici miei dunque è una trilogia dal sapore prettamente toscano, con attori straordinari che fanno ridere solo per come dicono le battute, e ti fanno piangere solo con le loro espressioni.
Il Mascetti, il Perozzi, il Melandri, Il Necchi, il Sassaroli. Cinque amici uniti dalla voglia di vivere e divertirsi.
Come dirà lo stesso Mascetti all’inizio del secondo atto:
“Ed eccoci qui come quattro bischeri, però con questa amicizia che dura da tanto tempo, anche dopo morti, e malgrado tutte le differenze che ci sono tra di noi… Tutti uniti da certe regole che non ci siamo mai detti: il diritto di sfotterci reciprocamente, la voglia di ridere e di divertirsi e il gusto difficile di non prendersi mai sul serio”
Ed ora. Ora gli attori Tognazzi, Duilio del Prete poi sostituito dal bravissimo Renzo Montagnani, Philippe Noiret, Aldolfo Celi e Gastone Moschin sono diventati Michele Placido, Giorgio Panariello, Paolo Hendel, Massimo Ghini, Christian De Sica. La Firenze contemporanea è diventata Certaldo del ‘400, riprendendo anche l’idea già sfruttata in “A spasso nel tempo” già interpretato dallo stesso De Sica e il grande Monicelli e Nanni Loy sono stati sostituiti da Neri Parenti. Un altro mito è stato profanato, un’altra idea vincente rubata e rovinata, e al Monicelli che protesta e a noi pure affezionati fan di tutta Italia è stata chiusa la bocca in nome del dio denaro. Se fosse stato un cammeo, come già è stato fatto nel sopra citato “A spasso nel tempo“, non avrei avuto niente da ridire. Ma l’arroganza di spacciare un cinepanettone come il prequel di Amici miei, descrivendolo addirittura come “Tutto ebbe inizio“.. no, non lo posso accettare.

Sono prevenuta, lo so. Ma il solo pensiero di sentire la supercazzola in bocca a De Sica… fa nascere in me un senso di ingiustizia così forte che se anche il film vincesse dieci premi Oscar non lo guarderei. Né cambierei la mia opinione in proposito.

Chiamatemi strega

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Non so se avete notato l’invasione di bambini sulle reti televisive di oggi. Su Raiuno c’è “Ti lascio una canzone” e su Mediaset il suo clone, “Io canto“. Ecco io odio questi programmi. Snaturano il bambino, lo immettono in una realtà che non è la sua, lo gonfiano e lo nutrono di esibizionismo e arroganza. Proprio come le bambine modelle, che sono a dieta a sei anni, proprio come i cagnolini al cinema chiusi nelle borse per due ore, questi marmocchi canori vengono trapiantati in un ambiente che non è il loro e gli viene cucito addosso un vestito che secondo me rasenta il ridicolo. Prima di tutto, perché sono costretti a cantare canzoni che non sono della loro generazione ma di quella dei loro genitori, e questo mi ricorda di quando i bambini venivano messi accanto ai caminetti la sera di Natale a cantare canzoncine o recitare poesie per il divertimento dei grandi e la soddisfazione del parentame che poteva così sfoggiare un discendente talentuoso. E secondo perché, come dicevo prima, trovo ridicolo che bambini che non abbiano ancora tre peli sul petto e la necessità di un reggiseno possano guardarsi negli occhi tenendosi mano nella mano e atteggiandosi come i grandi cantanti di cui usano le parole, come se fra di loro ci fosse intimità e capissero le parole delle canzoni, o come se l’avessero scritta a quattro mani e quelle fossero sensazioni loro.
Mi sembrano solo piccoli mostriciattoli a cui è stata data la carica e che cantano muovendosi sul palco slogandosi la mascella perché “i cantanti fanno così” mentre i parenti crollano sotto il peso della commozione nascondendo il viso bagnato dalle lacrime. Mi sembrano macchiette, imitatori di cantanti veri, ma la colpa non è la loro. E’ dei genitori che li spingono a fare questo. Poteva avere un senso lo “Zecchino d’oro“, dove i piccoletti cantavano “Il valzer del moscerino” o “Il caffè della Peppina“. Ma non “Nel sole tornerò” o “Something stupid“. Magari loro non si divertono nemmeno.
Insomma, diamo a Cesare quel che è di Cesare, e ai bambini quel che è dei bambini. O prevedo un futuro dove un piccoletto di undici anni si lamenterà dallo psicologo perché la sua carriera lavorativa è finita e lui si sente tagliato fuori, con i conti in rosso e i capricci della fidanzata da soddisfare.

I do not want to believe

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No, non voglio crederci. Agli ufo, intendo. O meglio, non agli ufo in generale, perché io credo che esistano altre forme di vita nell’universo (tra miliardi e miliardi di stelle vuoi che non ce ne sia una che col suo calore abbia riscaldato un sasso per farvi crescere qualcosa?) ma non credo agli extraterrestri che mi vengono periodicamente appioppati da Giacobbo col suo “Voyager” o dal suo clone di Italia Uno, “Mistero”, condotto prima da Ruggeri (Enrico mi sei caduto, lungi) e adesso, a quanto ho visto dalla pubblicità, dal bel Raz Degan, che tenendo fede al suo imperituro motto “Sono fatti miei” ha scalzato il cantante, più vecchio e meno belloccio, pensando ai propri affari e tenendo il passo con la compagna Barale, ritornata in tv dopo anni di assenza dal piccolo schermo. Tralasciando il fatto che ormai Mediaset copia palesemente i programmi della Rai, tralasciando il fatto che ormai i programmi in generale ma soprattutto quelli della Mediaset siano basati sulle grazie di avvenenti signorine che fingono di non sapere chi sia Galilei o Leonardo e che si presentano in mutandine e reggiseno alle otto di sera cinguettando “Bubu”,  e di cui scriverò un post a parte in un non lontano futuro, non riesco a credere come tantissime persone riescano a seguire questi programmi credendo alla buona parte di ciò che viene detto.

Forse perché la televisione è diventata la nostra badante, allo stile Simpson, e in quanto badante deve trovare modi divertenti e fantasiosi di intrattenerci e consolarci, non facendoci pensare alle preoccupazioni della vita quotidiana? Forse perché la sua funzione è solamente quella di tenerci compagnia, e non importa cosa dice basta che lo dice? Gli argomenti di queste trasmissioni – che si ricopiano a vicenda – sono sempre tre, per la maggior parte del tempo: extraterrestri, fine del mondo, egiziani. Che spesso e volentieri coincidono tra loro, poiché pare che gli dei degli egiziani fossero extraterrestri e che avessero previsto la fine del mondo. Mistero ci infila anche fantasmi e strane bestioline, ma il succo è sempre quello tutto sommato. Ricordo che le prime volte provai a seguirli, e dopo aver visto il servizio su Dracula di Voyager lo ritrovai – quasi identico anche nelle modalità – su Mistero, dando anche noi poveracci che usiamo il segnale analogico la possibilità di vedere e rivedere lo stesso spettacolo quante volte vogliamo.
La cosa che più mi fa rabbrividire, poi, è che si presentano come programmi scientifici dal valore culturale, che di scienza o cultura hanno poco o nulla. Sono la brutta copia di Quark, del Piero Angela nazionale, per cui nutrivo e nutro un amore platonico, che, strano a dirsi, ha uno stile diverso da questi pseudo cloni incentrando la puntata del momento su ben altri personaggi e temi. Anche i documentari sugli animali più o meno sono sempre gli stessi, ma al contrario di alieni e fine del mondo sono come il Piccolo Principe: li rivedi e li rileggi ma ogni volta ci trovi qualcosa in più, Perché allora non prendere esempio dal vegliardo seppur arzillo veterano e parlare di cose diverse da quelle sopra elencate, più interessanti e meno campate in aria? In fondo Giacobbo qualcosa sa, non è solo un presentatore messo lì senza arte né parte. Forse perché non interessano più a nessuno? Forse perché si cerca di acchiappare un pubblico sempre più giovane con l’esca dell’alieno che disegna cerchi nel grano o dell’imminente fine del mondo?
Mah… Mistero