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Poker Face

Si sente spesso nominare il gioco del poker, divenuto ormai popolarissimo anche in Italia, tant’è che alcuni dei nostri connazionali ne hanno fatto un vero e proprio lavoro. Qualche anno fa se mi aveste nominato la parola “poker” mi avreste fatto venire in mente carte nere e rosse, un gran cartellone luminoso corredato di infinite lampadine ad intermittenza recante la scritta “Las Vegas” e tanti tanti soldi. Più ovviamente qualche personaggio in mutandoni, di quelli classici a cuori. Oggi invece se mi dite “poker” oltre che due grossi alani arlecchini mi vengono in mente facce familiari, una teoria matematica ed una strategia psicologica alle spalle.

Ma cos’è che dà così tanto fascino a questo gioco? Mi sono rivolta questa domanda quando ho visto che non solo i miei amici e il mio ragazzo ci passavano ore e ore, ma l’Italia intera pareva affascinata da carte, dischetti di plastica colorati e dvd distribuiti in edicola. E sono giunta a diverse conclusioni:
Il poker ripropone il mito del Davide contro Golia, dà il sogno – e la possibilità, a chi è veramente bravo – di battere un campione che è sul campo da diverso tempo pur essendoci solo da diversi mesi. E’ un gioco che attira i ragazzi perché è divertente, di tempi rapidi, c’è qualche soldino – come dirò poi – ed ha regole facili da imparare. Inoltre da sempre il poker è associato ad un mondo di luci, colori, soldi e belle ragazze che girano seminude. Come ho scritto all’inizio del post, se qualche anno fa, prima di guardare da vicino questo mondo, se me lo nominavate io pensavo a Las Vegas, alle luci, al lusso e alla bella vita. E tutta questa associazione d’idee non arriva se mi dite Assopigliatutto o Briscola, e neppure mi viene in mente l’omino in mutandoni a cuori rossi di cui sopra. Tutt’al più i vecchini al bar con coppola e maglioncino color senape.
Il poker mette in gioco i soldi. E, come ho sentito dalla bocca di un neofita pochi giorni fa, se non ci fossero in ballo i soldi perderebbe molto del suo fascino. Con il poker si possono guadagnare cifre vertiginose, tant’è che i professionisti hanno abbandonato i loro precedenti lavori per dedicarvisi completamente, prendendo il gioco come una vera e propria occupazione.
Altro motivo, che molti non vedono perché si fermano solo alle prime due motivazioni, ovvero soldi e donne, è che il poker a differenza di quanto si creda non è solo un gioco di fortuna ma anche di abilità. E non solo di quella che ti permette di capire se uno bluffa grazie all’orecchio sinistro che trema (Asso docet) ma anche grazie a veri e propri schemi matematici alla Beautiful Mind che vi si possono applicare, e che rendono questo gioco appetibile anche per chi non è interessato affatto al mondo dei casinò ma preferisce ritirarsi nei numeri. Questo gioco infatti è anche una questione di nervi saldi, di decisioni rapide e di brivido che corre lungo la schiena mentre si decide se vedere o stare. Contrariamente a quanto si pensi poi, il poker non è soltanto il veicolo grazie al quale molti si sono indebitati o sono caduti sul lastrico, poiché non esiste solo la versione “d’azzardo“: esiste anche il poker sportivo, di cui vedo tutti i lati positivi di cui sopra, in cui si vince qualcosina ma non si arriva a perdere la propria casa. Difatti la vincita è soltanto legata alla somma delle “quote d’iscrizione” pagate all’inizio della partita, e che rimane fissa, non cambia, cosa che invece non accade con il poker d’azzardo.
Con questo mio accorato post sulle qualità del gioco, che è basato molto sulla fortuna ma anche sulle capacità intellettive e caratteriali del giocatore in questione, non voglio certo dire che bisogna abbandonare università e lavoro per mettersi a puntare fiches in attesa di un poker d’assi. Recentemente ho proprio visto un servizio sul tema che proponeva soltanto figure giovani e vincenti che hanno sacrificato sull’altare del dio poker attività sicure e studi universitari in quanto potevano vivere benissimo senza nè l’uno nè l’altro, visto che le loro vincite gli davano di che vivere (e più che comodamente). Ecco, credo di poter affermare con una certa sicurezza che questi casi sono pochi, e che servizi di cui sopra dovrebbero essere mandati in onda con un certo criterio, perché, pur contenendo dei blandi avvertimenti – credete di aver svoltato, ho perso tanti tornei ma ne ho vinti anche tanti – incentrano l’attenzione sul fatto che il poker possa essere considerato da tutti i suoi appassionati un lavoro e non solo un gioco, come se tutti coloro che disegnano nel tempo libero avessero una riuscita sicura come novelli Picasso.
Pertanto a mio parere è azzardato mostrare il poker come un modo per fare soldi facili e in fretta senza la fatica di doversi svegliare presto per lavorare o studiare.
Credo di riassumere come la pensi sul poker con una frase, attribuita sia a James R. Becker, che ha portato il gioco “Othello” o “Reversi” che dir si voglia in Europa, sia a Robert Williamson III, che la applicò per la prima volta a questo gioco:


It takes a minute to learn and a lifetime to master

(Ci vuole un attimo ad imparare ed una vita per diventare campioni)

P.S. Grazie ad Alessandro Putzu per avermi suggerito i nomi della citazione. 😉

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