Chiamatemi strega

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Non so se avete notato l’invasione di bambini sulle reti televisive di oggi. Su Raiuno c’è “Ti lascio una canzone” e su Mediaset il suo clone, “Io canto“. Ecco io odio questi programmi. Snaturano il bambino, lo immettono in una realtà che non è la sua, lo gonfiano e lo nutrono di esibizionismo e arroganza. Proprio come le bambine modelle, che sono a dieta a sei anni, proprio come i cagnolini al cinema chiusi nelle borse per due ore, questi marmocchi canori vengono trapiantati in un ambiente che non è il loro e gli viene cucito addosso un vestito che secondo me rasenta il ridicolo. Prima di tutto, perché sono costretti a cantare canzoni che non sono della loro generazione ma di quella dei loro genitori, e questo mi ricorda di quando i bambini venivano messi accanto ai caminetti la sera di Natale a cantare canzoncine o recitare poesie per il divertimento dei grandi e la soddisfazione del parentame che poteva così sfoggiare un discendente talentuoso. E secondo perché, come dicevo prima, trovo ridicolo che bambini che non abbiano ancora tre peli sul petto e la necessità di un reggiseno possano guardarsi negli occhi tenendosi mano nella mano e atteggiandosi come i grandi cantanti di cui usano le parole, come se fra di loro ci fosse intimità e capissero le parole delle canzoni, o come se l’avessero scritta a quattro mani e quelle fossero sensazioni loro.
Mi sembrano solo piccoli mostriciattoli a cui è stata data la carica e che cantano muovendosi sul palco slogandosi la mascella perché “i cantanti fanno così” mentre i parenti crollano sotto il peso della commozione nascondendo il viso bagnato dalle lacrime. Mi sembrano macchiette, imitatori di cantanti veri, ma la colpa non è la loro. E’ dei genitori che li spingono a fare questo. Poteva avere un senso lo “Zecchino d’oro“, dove i piccoletti cantavano “Il valzer del moscerino” o “Il caffè della Peppina“. Ma non “Nel sole tornerò” o “Something stupid“. Magari loro non si divertono nemmeno.
Insomma, diamo a Cesare quel che è di Cesare, e ai bambini quel che è dei bambini. O prevedo un futuro dove un piccoletto di undici anni si lamenterà dallo psicologo perché la sua carriera lavorativa è finita e lui si sente tagliato fuori, con i conti in rosso e i capricci della fidanzata da soddisfare.
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