Voci

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Quanto sono importanti le voci? Tantissimo. Ci permettono, in pochi secondi, di immaginare la persona a cui appartengono, o di collegarla a chi la possiede. C’è che chi con la voce ci lavora, come i doppiatori, i cantanti, ed i furbetti in generale.
La persona di cui voglio parlare oggi appartiene a due categorie appena enunciate: i cantanti e i furbetti in generale. Parlo di Mina, la Tigre di Cremona, come la chiamò Natalia Aspesi. Tutti conoscono Mina, personaggio controverso e coraggioso che ha riscosso un meritatissimo successo negli anni ’60 – ’70 per la sua voce fenomenale e il suo innato stile anche nel campo della moda – il radersi completamente le sopracciglia, ripreso poi da alcuni stilisti poco tempo fa, o il trucco pesante per cui è famosa nelle caricature sono suoi, così come le minigonne mozzafiato e i continui passaggi di colore del capello, da mora a bionda a rossa.
Premetto che a me Mina piace molto. Come artista ha una voce eccezionale, come persona è coraggiosa e spregiudicata, e incarna l’ideale di donna indipendente proprio degli anni ’70.
E le sue canzoni di ieri e di oggi me le ascolto e me le canto tutt’oggi. Anche ora mentre sto scrivendo.
Quello che non mi piace di Mina, ed è quello per cui non comprerei i suoi album, è il suo saper giocare così bene con gli italiani, il suo mettersi in gioco mai completamente ed il suo essere ambigua ancora una volta. L’essersi ritirata dalle scene a suo tempo le ha garantito una fama ancora maggiore, ammantandola di leggenda, il suo esserci e non esserci facendo sentire soltanto la sua voce mi ricorda un fantasma la cui esistenza è legata soltanto alle sue apparizioni nel cuore della notte, il suo divismo nella scomparsa mi ricorda le primedonne che “o io o niente“.
Riconosco che c’è un’indubbia intelligenza in tutto questo piano, e noi tutti sappiamo quanto Mina sia sempre stata abile nel giocare col suo personaggio. Ma, sinceramente, io non ci sto. Mi sento presa in giro, snobbata. E dico solo una cosa: o si fa vedere mettendosi in gioco completamente o si ritira del tutto dalle scene e amen. Non puoi, a mio parere, dare il contentino al pubblico senza farti vedere/fotografare/riprendere. Sei un personaggio di spettacolo, per cui devi fare spettacolo.
Non dico che debba per forza mettersi in mostra come un cane al circo: vuoi solo cantare, bene.
Ma quello che a me dà fastidio e per cui mi sento presa in giro è quello storcere il naso di fronte alle foto, il non farsi mai riprendere e quelle poche volte solo con gli occhiali che le nascondono i 3/4 del viso senza un motivo preciso, detto a mezza bocca, che suona di scusa (il che lo è).
Mi sembra una di quelle ragazzine che non vuole farsi fotografare perché “Oddio no poi vengo male” ma che in realtà è contentissima se qualcuno la insegue con la macchina per farle uno scatto. E se proprio non può farne a meno, manda avanti dei sostituti: la papera con Celentano, la figlia con Manuel Agnelli.
E poi. La pubblicità della Barilla. Se l’è accaparrata tutta lei: voce narrante che legge un’astuta riflessione strappalacrime su quanto e come la pasta del marchio accorpi e tenga uniti famiglie, figli e amici, e di sottofondo, lei che canta “Volare“. Aggiugendo nostalgia per i bei vecchi tempi andati mettendo in mezzo una canzone simbolo degli anni ’50. E ovviamente fa tutto questo senza mai mettersi in evidenza.
Insomma quello di Mina è un gioco sottile e quasi perverso direi, fatto di ambiguità e di un gioco amoroso con il pubblico e con i media, che a me sinceramente non piace e che trovo – ahimé – molto molto falso. Mi sembra un escamotage alla “Madonna bacio saffico con Britney Spears” con una ritrosia alla Silvana Mangano non vera ma costruita.
… e se devo essere sincera, a me della Barilla piaceva di più la pubblicità della penna rigata nella busta o dell’omino che viaggiava sull’aereo di notte sulle note di Al Martino che questo buonismo zuccherato all’americana. Anche se la Barilla bene o male ci ha sempre marciato sul tradizionalismo e sui valori veri della vita.
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