Distrazioni più o meno mondane, Essere me, Figlie di Eva, Il mondo fuori dal letto è cattivo., politica
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A long love story

Ultimamente non sono stata molto presente sul blog, causa esami che mi tengono lontana da questo mio piccolo spazio dove posso dire quel che penso dei fatti&misfatti che accadono nel mondo, ma di questo voglio proprio parlare, perché purtroppo in pochi sono a conoscenza della situazione birmana e degli abusi dei diritti umani che vi vengono fatti e che vengono taciuti.

Lo stato della Birmania si trova nell’Asia sudorientale ed è attualmente sotto il regime militare di Than Shwe, dopo il colpo di stato del 1998. La Birmania è il paese che più al mondo viola i diritti umani e compie crimini internazionali: non c’è libertà di stampa, non c’è libertà di parola, non c’è libertà di riunione od associazione. Gli unici giornalisti veri, per poter documentare quanto avviene all’interno del proprio Paese, devono farlo di nascosto, e, se catturati, sono condannati all’ergastolo.
Trasmettono clandestinamente i propri servizi tramite internet agli altri Paesi che poi provvedono a mandarli in onda, come la BBC. Ma non sono gli unici che dicono qualcosa e che provano a cambiare qualcosa, seppur silenziosamente, nell’ombra: nel 1988 ci fu una protesta studentesca che portò alle dimissioni del generale Ne Win, che aveva destituito con un colpo di stato il governo democratico e sembrò davvero che le cose potessero cambiare. Ma la rivolta venne soffocata nel sangue e la situazione ritornò come prima, senonché, due anni dopo, il regime fece un grosso errore, indicendo le elezioni libere: la Lega Nazionale per la Democrazia di Aung San Suu Kyi, premio nobel per la pace nel 1991, riesce a portare la maggioranza nell’Assemblea Costituente ma viene rovesciata dal Consiglio di restaurazione spalleggiato dall’esercito, e Suu Kyi insieme ad altri leader viene arrestata, liberata nel 1995, nuovamente arrestata nel 2000, liberata nel 2002, e nuovamente arrestata nel 2003. Adesso si trova agli arresti domiciliari. Nonostante gli abusi e i soprusi, il popolo birmano continua a sperare e a ribellarsi, seppur fiocamente, al regime. Sono famosi i “pellegrinaggi” davanti alla casa di Aung San Suu Kyi che nonostante tutto non è stata dimenticata, come avrebbero voluto i potenti. Alcuni ancora protestano per le strade con cartelloni e a gran voce, combattendo contro i soldati che li trascinano via con la forza per portarli non si sa dove. E ancora i monaci buddisti hanno protestato per le strade della città, rovesciando le loro ciotole per non ricevere le offerte dai soldati. Per un pò qualcosa ha funzionato. Poi anche i monaci sono stati picchiati, i loro monasteri assaltati e distrutti, e molti di loro sono stati presi e ritrovati dopo qualche giorno a faccia ingiù nei fiumi o laghetti circostanti. Le loro manifestazioni sono state soppresse facendo moltissime vittime – tra cui il reporter giapponese Kenji Nagai.
Molti dei giornalisti che hanno documentato tutto questo, con le mani tremanti, di nascosto, sono stati condannati all’ergastolo, e molti altri sono stati costretti a fuggire per salvarsi, e per continuare la loro battaglia.
Nel mondo, gli altri Paesi hanno e stanno ignorando la Birmania, non avendo con lei relazioni commerciali e tagliando tutti i rapporti all’infuori degli aiuti umanitari. In ogni caso le società asiatiche continuano ad investirvi, sopratutto per quanto riguarda l’estrazione del gas naturale, e un cambiamento radicale in senso democratico è improbabile dato il sostegno di vicini influenti come la Cina. Tuttavia ci sono stati dei miglioramenti, seppur deboli, e nel 2010 sono state previste delle elezioni.
Dopo tutto questo mi sono detta che non è possibile che nel 2010 esistano ancora situazioni simili al mondo, dove i diritti elementari, basilari dell’essere umano siano negati in questo modo così radicale. Mi sono detta che ciò che per me è scontato perché deriva dal mio essere umana – poter dire la mia opinione, scrivere pubblicamente, poter criticare alla luce del sole i politici, votare, scegliere, leggere, parlare, associarmi – poi tanto scontato non lo è, e che sono fortunata a poter esercitare questi miei diritti che sono diritti essenziali, diritti naturali, come lo è respirare. Mi sono chiesta il perché l’America, che è tanto in gamba e che è tanto altruista, che alla fine della seconda guerra mondiale disse di essere “l’unica nazione al mondo in grado di mantenere la pace” in questo caso non vada ad “esportare la democrazia” in Birmania, così come ha fatto – e sta facendo – per l’Iran e per l’Iraq. Mi sono detta che invece che trasmettere porcate come la Pupa e il Secchione et similia si dovrebbero mostrare queste cose, parlarne, divulgarle, spiegarle e far capire, far conoscere, far assimilare quanto siano importanti e non scontati i diritti che abbiamo oggi e per i quali anche da noi molti sono morti. E come la Birmania si dovrebbe parlare e far conoscere le situazioni africane, cinesi e tutte le altre, dove la parola “plebiscito costituente” e “adozione unilaterale” hanno ancora un significato. Perchè più si taceranno queste cose, più la gente non le conoscerà. E più verranno abbandonati a se stessi.
E infine, mi sono detta che quella della Birmania e di qualunque altro paese versi nelle sue condizioni è una lunga storia d’amore, quella del suo popolo che, nonostante tutto, ama così tanto il proprio Paese da resistere sfidando la morte e morendo per restituirle la democrazia che le spetta.

« La lotta per la democrazia e i diritti dell’uomo in Birmania è una lotta per la vita e la dignità. È una lotta che comprende le nostre aspirazioni politiche, sociali ed economiche. »

(Aung San Suu Kyi)
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