Il mondo fuori dal letto è cattivo., politica
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L’uomo dall’agenda rossa

Anche se è passato un giorno dall’anniversario della sua morte, voglio parlare dell’uomo dall’agenda rossa, Paolo Borsellino.
Chi era Borsellino? A volte lo sento chiedere. Borsellino era un magistrato, di quelli seri, veri, che si è impegnato per combattere la mafia, di quelli che credevano fermamente nei valori che gli avevano insegnato all’università, che credeva nella legalità e credeva che attraverso le leggi poteva davvero cambiare le cose.
Non per nulla, è stato il più giovane magistrato d’Italia.
Tralascerò tutte le vicende della sua vita, più volte descritte a riprese in questi giorni, e dirò solo che era un uomo come tanti, con le proprie paure e con le proprie angosce, con i suoi sogni, i suoi desideri e i suoi affetti. Amava sua moglie e i suoi figli, i suoi amici e amava la vita.
E’ stato proprio tutto questo a portarlo alla morte. Il difendere strenuamente questi valori, la bellezza delle cose in cui credeva, l’impegnarsi fino allo stremo per raggiungere i suoi obbiettivi e la convinzione di poterli ottenere lo hanno portato a morire in un attentato.
Ieri, guardando “La storia siamo noi” mi hanno colpito due cose di Paolo Borsellino:
la prima è stata la testardaggine. La seconda è stato il coraggio. La prima si è vista nella sua lotta indiscriminata alla mafia, dura, a capo basso, senza sentire nessuno e senza lasciarsi influenzare da nessuno. Paolo Borsellino aveva un obbiettivo e andava raggiunto. Punto. Questo era il suo modo di ragionare e di affrontare la vita. La seconda, il coraggio, l’ho vista non solo durante tutta la sua carriera, che ha messo a repentaglio più volte per raggiungere il suo obbiettivo finale, ma soprattutto l’ho vista alla fine. Borsellino infatti, dopo l’omicidio del suo amico fraterno Falcone, sapeva di dover morire. Sapeva che gli restava poco. E proprio perché gli restava così poco ha continuato ancora più testardamente, ignorando la paura che sentiva salire dentro, ignorando la tentazione di fuggire per salvarsi, ignorando l’angoscia che sentiva nel sapere di dover lasciare le persone care. Lui sapeva. E per vendicare Falcone e tutti gli altri ha combattuto ancora più duramente, mangiando e dormendo poco, sacrificando quel poco tempo che ancora gli restava da vivere non per stare accanto alle persone e alle cose che amava, ma accanto alla sua scrivania, per scoprire chi c’era dietro l’assassinio di Falcone e smantellare una volta per tutte la mafia. C’è andato vicino. Molto vicino.
Ed è forse proprio per questo che ad un certo punto Borsellino è stato lasciato solo. Tutti sapevano che la domenica era solito recarsi da sua madre. Tutti. Amici e nemici. Perché chi aveva il compito di garantire la sua sicurezza non ha controllato Via d’Amelio? Perché non hanno fatto controlli più accurati, sapendo che a Palermo poco tempo prima del 19 luglio del ‘92 era arrivato il tritolo per l’attentato? Sapevano come Borsellino sarebbe morto. C’era un modo per prevenirlo. La mamma di Borsellino ha fatto in tempo a sentire le sirene che arrivavano, era vicino dunque alla meta. E poi, il gran botto.
No, Borsellino non aveva paura. Nemmeno quando sapeva di dover morire. Nemmeno quando ha conosciuto il suo primo sicario, a cui disse:
« Vincé. Chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola. »
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