Quando si dice sparare sulla Croce Rossa…

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Sulla scia del blog della mia amica Gloria, “Un nemico al giorno“, oggi voglio raccontarvi un mio fatto personale che, dopo tante peripezie ed infiniti rigirii, ha trovato finalmente una conclusione.

Dovete infatti sapere che nel lontano 2004, quando la suddetta doveva affrontare la maturità classica, c’era la caccia ai crediti, ottenibili tramite corsi esterni, che facevano aumentare il punteggio finale dell’esame di Stato. Fra questi corsi, di quelli disponibili e da frutto, c’era quello della Croce Rossa, che aveva seguito anche un’altra mia compagna di scuola. Lo seguivo la sera, dopo cena, arrivando a casa verso mezzanotte e mezzo perché la sede della C.R.I. (Croce Rossa Italiana) si trova a circa 35 km di distanza dal paese in cui abito io. Finito questo corso mi dettero il certificato di frequenza/superamento dell’esame finale che consegnai al liceo della mia scuola per poter ricevere i tanto agognati crediti (pochi centesimi nemmeno, tra le altre cose). Superato il liceo e approdata all’università, dimentico il certificato fino alla primavera di quest’anno, quando, preparando il curriculum da spedire per vedere di trovare qualcosa con cui guadagnarmi se non il pane almeno un merendino, mi viene un dubbio amletico: e se poi mi chiedono la prova della frequenza/superamento del corso C.R.I., che ho inserito tra le mie esperienze del 2004?

Così, tormentata da questa insana domanda e sperando ingenuamente di risolvere in fretta la cosa mi reco malamente al mio ex liceo dove, ignorando i cattivi ricordi e le sensazioni maligne che aleggiano ancora nel luogo stregato, chiedo di questo mio documento perduto. Mi viene consegnato di tutto: ricevute, bollettini delle gite, permessi dei miei genitori, foto vecchie come il cucco ma del certificato desiderato non si sa ancora nulla. La pista più probabile è che sia stato inserito nel mio faldone personale insieme ai compiti della maturità, per errore, ma datosi che il faldone è sigillato con la ceralacca e che, per poterlo aprire ci vorrebbero richieste, permessi e tanto tempo, la segretaria dall’occhio volpino mi suggerisce di recarmi alla sede centrale della C.R.I. e richiedere una copia del tanto famoso attestato, raccomandandosi caldamente di non puntare il dito verso di loro bensì verso me stessa, e suggerendomi altresì di mentire dicendo di averlo perduto in un trasloco utilizzando nel contempo mezzucci tipicamente femminili come le lacrime. A me scappa un sorriso di triste consapevolezza italica, lei se ne accorge ma lo prende per un saluto e mi congeda.

M’incammino dunque verso la sede, fiduciosa del fatto che, essendo la C.R.I. un’azienda seria che si occupa delle persone malate e in difficoltà, sicuramente gli basteranno pochi minuti: un controllo nei registri per vedere che sono nel giusto, probabilmente la compilazione di un modulo di richiesta e forse, dopo qualche giorno, un rilascio della copia del certificato. Arrivo dunque in sede centrale, spiego la situazione – ovviamente puntando il dito contro il liceo e incolpandolo giustamente delle proprie responsabilità – e faccio la mia richiesta. L’omino mi guarda e fa: “Ah, sicché te dovresti fare la maturità e ti servono i crediti”. Mi crollano le braccia ma continuo a sperare, mentre lo sciagurato mi porge un biglietto sul quale c’è il numero di un altra persona che si occupa di queste cose.

Chiamo dunque il numerino in questione. Nessuna risposta. Richiamo un’ora più tardi. Nessuna risposta. Richiamo due ore più tardi. Nessuna risposta. Provo il giorno dopo. Dopo altri tre tentativi mi risponde un ragazzo, che prende il mio nominativo, la mia e-mail e mi promette di ricontattarmi appena tornerà in sede. Sempre più fiduciosa e con l’animo tranquillo, sicura che il tizio mi prenderà in considerazione (è della Croce Rossa perdiana!) mi dedico alle mie faccende studentesche. Passano 15 giorni e ancora niente. Richiamo e non mi risponde. Gli mando un messaggio e niente. Mia mamma mi consiglia di riprovare a settembre: siamo ormai a giugno inoltrato e tra esami ed estate, la gente non è concentrata né presente.

Circa 15 giorni fa ripenso a quel che è accaduto e decido di mandare una mail alla sede centrale, all’indirizzo trovato sulla loro pagina web. Spero nel fatto che leggano la mail e sono sicura che avrò maggior successo in questo modo che richiamando il ragazzo di cui sopra. E’ la sede centrale cavolo. La mail è del loro sito web, quindi è un indirizzo a cui scrivono tutte le persone con problemi più grandi del mio. La leggeranno sicuramente. Nessuna risposta.

Oggi decido di farla finita una volta per tutte: ormai è diventata una questione di principio. Indispettita mi reco a grandi passi alla ormai famosa sede centrale dove parlo con un altro omino, che, gentilissimo, mi chiama al telefono un dirigente.

E scopro, dopo ben sei mesi e venti telefonate, un messaggio e una mail, che il certificato non serve più a niente perché se dopo averlo acquisito non si continua a fare volontariato all’interno della Croce Rossa perde automaticamente di valore, quindi anche se mi rilasciassero una copia non significherebbe nulla. Addirittura ora, con la nuova normativa, ci vogliono solo tre mesi dopo il suo rilascio perché diventi carta straccia.

…E io che mi facevo tutti questi problemi. Che scema, nevvero?

Maremma amara

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In questo periodo su Raiuno c’è la solita serie strappalacrime, “Terra Ribelle” della Cinzia TH Torrini il cui TH è per me ancora abbondantemente oscuro, così come la decisione di ambientare la serie non in Maremma ma in Argentina (?).

Capitemi, io in Maremma ci vivo, e al sentire la notizia rimango allibita. CTHT dice che ha deciso di ambientarla in Argentina fingendo che sia Maremma perché la Maremma aspra, dura, selvaggia e selvatica dell’800 non c’è più, e a me questa mi sa tanto di giustificazione troiaio per rimanere in tema.

A parte che la Toscana fa di tutto per preservare il proprio paesaggio, quindi di “artificioso” “un cavo elettrico ovunque passi” e “non è la Maremma selvaggia che voglio io” non c’è proprio nulla, a parte che la Maremma ha un Parco Nazionale riconosciuto&premiato proprio perché mantiene integre specie animali e vegetali, nonché lavori, vecchi come l’800 che CTHT cerca così disperatamente, e a parte che io se fossi un argentino mi offenderei perché da come la regista ha parlato sembra che cerchi un ambiente preistorico e non civilizzato, qui di terra aspra e dura, di paludi, di butteri e di vacche maremmane (che sono vacche preistoriche, ricordiamolo) ne abbiamo a bizzeffe.

Ma come, cerca la Maremma vera e poi va a cercare col lanternino una falsa?!

Io ho deciso di non guardare la serie, perché già partendo da questo presupposto, mi risulterebbe insopportabile. Vedere una realtà che non corrisponde del tutto a quella reale e sopratutto l’idea che le altre persone possano farsi un’immagine della Maremma non vera, credendo che quella della tv sia quella italiana, mi infastidisce notevolmente. Pur non guardandola però, leggo molto, e trovo articoli in cui si fanno recensioni di questa serie così realistica. E dai riassunti fatti, vedo che le puntate sono infarcite di stereotipi (il proprietario terriero cattivo e senza cuore, la fanciullina delicata, le risse alla spaghetti western etc etc) e qui ci può anche stare, è una fiction polpettone, mica un documentario, ma poi trovo anche cose fuori dal mondo, come i butteri che parlano come un libro stampato, la figlioletta del capraio che si ignuda integralmente, la contessina Elena che dice al buttero Andrea: «La natura è una infinita combinazione di elementi e alcuni, talvolta, si attraggono» presa dritta dritta dalle “Affinità Elettive” di Goethe che le fa meritare un bacio invece che “Eh…?!” come la situazione richiederebbe, una contessina che si innamora di un buttero (roba che magari era vero, ma era una bottarella e via senza troppi platonicismi), i “bischeri” che si ripetono a profusione (bischero si usa più a Firenze, qui si dice grullo) e tutta una serie di simpatiche accozzaglie che mi fa desistere ancora di più dal proposito di buttargli un occhio, così, tanto per curiosità, sebbene rifugga con grande accuratezza polpettoni semiseri tra pizzi, merletti e veleni alla Elisa di Rivombrosa, sempre dell’amica CTHT.

Insomma, se mi state leggendo e state anche guardando la serie, date retta a me, che io tra i butteri ci vivo: veniteci, in Maremma, se la volete vedere per davvero. Non date retta al codice fiscale costà sopra, perché lei vi mostra una Maremma che di Maremma ha poco o nulla. La Maremma è fatta di cignali, di rifrulli e di borri. Non certo di bischeri, nature opposte che s’incontrano e scene alla spaghetti western.

Machinimas

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Machinima (IPA: [mə.ˈʃiː.nə.mə] or [mə.ˈʃɪ.nə.mə]), è un’abbreviazione di machine cinema o dimachine animation, sono entrambe intese come un insieme di tecniche e come un genere di film (film creati da tali tecniche).

[da Wikipedia, l’enciclopedia libera]

In sostanza? I Machinimas sono cortometraggi realizzati attraverso i giochi interattivi con un motore grafico 3D, come i Sims, che ormai ha raggiunto il decimo anno di età e la terza versione.

Per chi non conosce i Sims, questa è una serie di giochi di simulazione nata nel gennaio del 2000 la cui logica è quella della “casa delle bambole”: il giocatore ha infatti a disposizione dei piccoli personaggi muniti sia di tratti fisici che caratteriali che nascono, crescono, vivono, si riproducono, muoiono, vivono in case da costruire e arredare a seconda della disponibilità economica e lavorano, guadagnando la moneta locale (il simoleon). Interagiscono tra loro parlando il simlish e hanno a disposizione varie “missioni” (questo nelle versioni successive alla prima) che cambiano a seconda della loro indole. Altro punto a favore dei Sims, che ha favorito grandemente il loro successo, è la possibilità di scaricare contenuti creati dagli stessi appassionati del gioco, dai capelli ai mobili per la casa, possibilità che ha contribuito a mantenere fresco un sistema che altrimenti sarebbe risultato noioso alla lunga andare, premiando nello stesso tempo anche gli amatori dello stesso.

Con 110 milioni di copie vendute e 1.6 miliardi di dollari di giro d’affari prodotto sembrava doveroso festeggiare il decimo anno di età del gioco, ed è proprio per questo che il Machinima Film Fest – trionfante sul Tribeca di De Niro in terra statunitense – ha avuto in Italia un’edizione completamente dedicata ai Sims 3, indicendo un concorso: gli appassionati del gioco dovevano inviare alla giuria un machinima di loro creazione (remake di film visti o scene inedite) che sarebbero poi stati valutati in base alla loro originalità, al montaggio delle scene e alla “regia”.

Il vincitore si è aggiudicato un viaggio agli Studios EA di Rewood Shores in California, dove è nato “The Sims” mentre il secondo e il terzo hanno vinto rispettivamente un Apple Macbook e un iPad.

Qui sotto il vincitore del concorso: con Someone to kill, Luca Prudente:

Al secondo posto si è piazzato Come Fu di Matteo Bonvicino, mentre al terzo Upgrade Yourself di Cristina Donati.

Personalmente condivido in pieno la scelta della giuria: il cortometraggio di Luca Prudente è quello meglio realizzato e il più originale. Si sviluppa interamente all’interno dei Sims 3 e c’è un buon uso di luci, musica e regia; la storia è avvincente e ti strappa un sorriso finale che non guasta mai. Mi ha fatto venire in mente “Ironic” di Alanis Morissette.

Pur essendo una notizia vecchia, ho voluto ugualmente parlarne perché trovo che i Machinimas siano un ottimo mezzo per poter dare ai giovani talentuosi, squattrinati e appassionati di giochi con grafica 3D (io ho parlato dei Sims, ma esistono anche Machinimas di The Movies, IClone, Moviestorm e Garry’s Mod) la possibilità di ottenere dei piccoli capolavori a zero costi di produzione.

Un po’ come i B-movies e il jazz alle sue origini insomma.