Distrazioni più o meno mondane, Figlie di Eva, politica
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Democrazia

Dopo ben sette anni di arresti domiciliari, ricatti, vessazioni e quant’altro  Aung San Suu Kyi è stata liberata. Fin dal primo momento in cui sono venuta a conoscenza della sua storia ho subito preso a cuore la vicenda di questa donna coraggiosa, che ha scelto la via più difficile e più dolorosa per portare avanti il suo ideale e la causa del suo Paese, la Birmania. In un mio precedente post (clicca qui per leggerlo), già descrivevo – seppur sommariamente – le condizioni politiche in cui versa questo Stato, governato da un regime militare tirannico e crudele, che non si fa scrupolo di uccidere chi si permette il lusso di pensare e scrivere, come i giornalisti che sono dovuti fuggire e nascondersi, come i monaci buddisti che erano scesi in strada per difendere il popolo oppresso, rifiutando le offerte di cibo e denaro che gli venivano presentate dai militari del generale Than Shwe, salito al potere dopo il colpo di stato del 1998.

La storia di Aung San Suu Kyi è semplice e antica come il mondo: figlia del generale Aung San, capo del Partito Comunista della Birmania, cresce seguendo le orme del padre e della madre che, dopo la morte del marito avvenuta per mano di alcuni suoi avversari politici, diventa ambasciatrice in India. La figlia la segue e intanto studia, conseguendo la laurea ad Oxford e lavorando per le Nazioni Unite. Qui incontra il suo futuro marito, Micheal Aris. Oltre alle orme del padre e della madre, Aung San Suu Kyi segue anche quelle di Gandhi, e fonda la Lega Nazionale per la Democrazia, ispirata alla resistenza non violenta del politico e filosofo indiano. Neanche un anno dopo il regime militare la condanna agli arresti domiciliari, promettendole la libertà in cambio dell’abbandono totale dalla Birmania. Aung San Suu Kyi rifiuta. Alle elezioni popolari dell’anno successivo la Lega Nazionale per la Democrazia, il suo partito, riporta una vittoria schiacciante ma il regime annulla il risultato e continua a detenere il potere. Nel 1991 Aung San vince il Nobel per la Pace e usa i soldi del premio per realizzare un sistema sanitario e d’istruzione per la Birmania. I militari continuano a tenerla in uno stato di semi-libertà impedendole di vedere i suoi familiari o anche di lasciare il proprio Paese, minacciando di vietarle l’accesso in Myanmar (il nome scelto dalla giunta militare per la Birmania) se si fosse allontanata anche per breve tempo. E’ per questo motivo che non può andare dal marito Micheal, che muore lontano da lei a causa di un tumore. L’11 giugno Aung San è stata di nuovo condannata: tre anni di lavori forzati per violazione della normativa della sicurezza commutati poi, dalla Giunta militare, in 18 mesi di arresti domiciliari.

Ed ora, finalmente, il 13 novembre 2010, Aung San Suu Kyi è stata liberata. Le sue prime parole sono state in favore alla forma di governo per cui si è sempre battuta, la democrazia: «La base della democrazia è la libertà di parola  e anche se penso di sapere cosa volete, vi chiedo di dirmelo voi stessi. Insieme, decideremo quello che vogliamo, e per ottenerlo dobbiamo agire nel modo giusto. Non c’è motivo di scoraggiarsi». Un vestito blu e il fiore che ha colto dal mazzo offertole dalla folla esultante tra i capelli, ha continuato dicendo: «C’è democrazia quando il popolo controlla il governo. Accetterò che il popolo mi controlli».

E qui mi sono fermata a riflettere. E sono sorte, spontanee, due domande, con cui voglio chiudere il mio  post.

Quanti altri politici dichiarerebbero la stessa cosa? Quanti avrebbero sopportato quello che lei ha subito per il bene del Paese e la fede che ripone nei suoi ideali?

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