Nomination

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Quant’è difficile trovare un nome adatto al proprio blog?

Leggo articoli che consigliano di scegliere il nome che più si ritiene consono ad esprimere sé stessi, che consigliano di seguire l’istinto del momento, di chiamare la propria creatura con il proprio nome e cognome oppure di battezzare il neonato virtuale con il classico “Il blog di…”. Il più saggio di tutti, a mio parere, è quello che consiglia di scegliere un nome che condensi in poche parole il contenuto del proprio spazio, in modo che anche nelle ricerche l’eventuale lettore capisca subito di cosa il blogger parli. Ma quando un blog non ha un contenuto specifico, come il mio, che nome dare?

Pongo l’annosa questione poiché un annoso dubbio è sorto in relazione al nome di questa mia piccola creatura: The Fresh Voice. E’ un nome carino, accattivante, simpatico e all’inizio mi sembrava convincente, adatto a me; complice anche il consiglio della dolce metà a cui chiesi cosa gli venisse in mente quando leggeva le mie “fatiche letterarie”. Ma ora, non so perché, mi sembra quasi ridicolo, non serio… da fashion blogger insomma. Volubilità femminile? Condizionamento negativo da modaiole incallite che si ostinano a voler fare tendenza? Patriottismo improvviso che costringe a desiderare un titolo italiano piuttosto che inglese?

D’altra parte tradurre il titolo in italiano, “la voce fresca” mi sembra altrettanto -se non più- ridicolo.

…Eh… sono problemi.

(Tanto più che il nome del dominio è quello e così deve rimanere, sicché per quello il dilemma non sussiste proprio.)

Del Cyrano de Bergerac

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Ogni volta che si legge o si sente questo nome due immagini si materializzano nella nostra mente: un naso lungo e puntuto guarnito da un paio di baffoni e una frase, resa celebre dai Baci Perugina: “Il bacio è un apostrofo rosa tra le parole t’amo” di cui però ci sono diverse versioni, tra cui quella che preferisco è “Un punto rosa sulla i di Ti Amo.” Il Cyrano parla dell’eterna favola della Bella e la Bestia, di un uomo tanto insicuro e bello dentro quanto spavaldo e brutto fuori, di un innamorato ardente e appassionato che riversa tutti i suoi sentimenti in lunghi sospiri e sguardi lanciati solo da lontano. E’ una storia il cui filo conduttore si basa sul famoso detto “l’apparenza inganna”, e che mostra militari poeti, bruttoni bellissimi e bellissimi animali, seppur con grazia di spirito e amor proprio.

Cyrano attribuisce tutte le sue insicurezze al suo naso: si fa beffe egli stesso dell’appendice al centro del suo viso ma non permette nessuna burla da altri, pena una toccata della sua famigerata spada. Cyrano infatti non è solo ardente poeta e amante, è anche un valente spadaccino, un coraggioso guascone e un autore libero e senza compromessi: non accetta nessun ingaggio da alcun potente, dato che questo equivarrebbe a doverne cantare necessariamente le lodi.

L’innamorata del caso è Rossana, cugina del protagonista (anche questo un classico dunque) bella fuori e bella dentro che non si accontenta dell’aspetto esteriore ma va oltre, desiderando l’Amore cantato e sofferto dei versi poetici (ricordate Shakespeare in love?) che sono il lasciapassare per il suo cuore. Senza poesia non si concede ed è per questo che “costringe” Cristiano a farsi legare i fili di burattino per poterla conquistare: dice chiaramente che è invaghita del suo aspetto ma altrettanto chiaramente afferma che se non dimostra cultura e intelligenza non vuole saperne del giovane cadetto. Rossana, in persiano “Piccola stella splendente”, tanto profonda quanto cieca, non si accorge che quello che stava cercando è lì, accanto a lei, che c’è sempre stato, che soffre e che ama, disperatamente. Eppure un elefante è un animale ben facile da notare, soprattutto per una piccola farfalla.

Cristiano, il rivale, il bello, il barone, la nemesi, l’alter-ego. Solitamente le persone belle sono associate non solo alla stupidità ma anche alla superficialità tuttavia il barone di Neuvillette riscatta la categoria dimostrando nobiltà e profondità d’animo. Cristiano infatti, nonostante sia una capra nel parlare d’amore e di poesia, ha una sua dignità personale e la esterna quando, disperato, si accorge del grave errore che ha commesso nel vestire panni non suoi. Anche lui, come Cyrano, vuole essere amato per quello che è. Solo il raggio di luna sarà rivelatore e solo allora spoglierà entrambi gli amanti delle loro maschere.

Un unico personaggio è mostrato in tutta la sua negatività, senza possibilità d’appello: il potente di turno, De Guiche, invaghitosi della bella alla maniera del nostrano Don Rodrigo. Egoista, viziato, codardo, vendicativo, poco sveglio: le ha tutte, senza riscatto.

E’ un mito vecchio dunque, quello di Cyrano, che si perde nel tempo, e di cui se ne possono enumerare molti esempi: dalla Bella e la Bestia, di cui sopra, al Notre Dame de Paris, ai più recenti “Shrek”, “Fuochi d’Artificio” di Leonardo Pieraccioni e “Pretty Woman” di Garry Marshall, il mito che l’apparenza inganna, che spesso i brutti (o le categorie più emarginate della società) non sono i cattivi e gli zotici ma sono quelli che sanno dare di più, sia come sentimenti che come componimenti letterari.

Devo ammettere che mi sono emozionata tantissimo ieri sera. Tirando ancora in ballo la Pretty Woman di cui sopra, ho sempre pensato che nella scena dell’Opera la lacrima di Vivien fosse un artificio cinematografico, un’esagerazione voluta dal regista per far capire quanto una prostituta possa essere sensibile alla cultura, a dispetto delle apparenze. E invece ieri sera anche i miei occhi si sono inumiditi, ho sentito il viso infiammarsi e il cuore battermi forte. E sono rimasta in silenzio per tutto il tempo, facendo lunghi e rumorosi sospiri ogni qualvolta il buon Cyrano cominciava uno dei suoi bellissimi versi.

Perciò vi dico, voi uomini che mi leggete: l’aspetto conta, sì, ma Rossana è innamorata dell’anima e non del suo involucro. Ogni donna, seppur dica il contrario, desidera poesia e romanticismo, desidera sentirsi amata e unica al mondo. Non fate l’errore di Cyrano e buttatevi in prima persona in qualche componimento: è il modo giusto per farsi notare da una rappresentante del genere femminile. 😉

Nota: per dare a Cesare quel che è di Cesare, devo queste emozioni alla compagnia che ho visto recitare ieri sera e cioè la Compagnia dei Teatri Possibili di cui fondatore e interprete di Cyrano è il bravissimo Corrado d’Elia a cui faccio i miei più vivi complimenti. E’ stato lui a farmi spuntare la lacrima, come Violetta fece a suo tempo con Vivien.

Sull'Unità d'Italia

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Finalmente è arrivato il famigerato 17 marzo, ed è arrivato pure di giovedì, così da dare il meno noia possibile.

Fino ad ora ho letto tanti commenti in merito a questa festa, ancor prima che venisse celebrata, sia positivi che negativi, ho partecipato seppur da lontano ai festeggiamenti di Firenze (Ponte Vecchio tricolore era qualcosa di magico) e posso dire in tutta tranquillità che io oggi festeggio. Non lo faccio perché Ponte Vecchio era magico e nemmeno perché me l’ha detto Napolitano o per fare un dispetto a quelli della Lega o perché “così si deve fare”, ma perché io l’Unità d’Italia la festeggio ogni anno, così come festeggio la Costituzione il 1° gennaio e così come festeggio il voto dato alle donne il 2 giugno, in occasione del referendum Monarchia vs Repubblica. Per me una festa è vera se è sentita dalla persona, non perché lo deve fare in quanto imposto o perché se no non è un bravo cittadino.

Dunque, si diceva, io festeggio. Per una mia idea personale, intima, una convinzione che continuo a portare avanti strenuamente, nonostante poi la dura realtà mi faccia sbattere la faccia e mi risvegli bruscamente da questo mio sogno romantico e mazziniano. D’altra parte, noi non ci siamo mai sentiti uniti. Lo riconobbe lo stesso Cavour a suo tempo, con la storica frase “abbiamo fatto l’Italia, ora dobbiamo fare gli Italiani” (O era D’Azeglio? Anche qui un dilemma tutto italiano) e lo disse la stessa Litizzetto un pò di tempo dopo (e qui ne siamo sicuri) quando riconobbe che “Gli italiani sono veramente uniti solo in due occasioni:
1. quando l’Italia vince ai mondiali;
2. quando bisogna mandare a quel paese i Savoia ( per la richiesta di risarcimento danni) “

Su questa data, come si diceva prima, è stato detto più o meno tutto, mancano solo i consueti reportages più intervista all’italiano della strada per sapere cosa ne pensa, i vari festeggiamenti dalle Alpi all’Etna e le solite domande ai ragazzini che puntualmente dimostreranno di apprezzare questo giorno solo perché non si va a scuola. Vedo le stesse istituzioni poco convinte del suo valore (a parte Napolitano e e il suo discorso strappalacrime) e tutti questi improvvisi festeggiamenti mi sembrano l’ennesimo tentativo di mettere in piedi un mieloso artificio per farci giocare a fare i fratelli. E poi stranamente se ne parla tanto proprio quando si sente in lontananza l’allarme federalismo. L’altro tentativo che ci vedo è quello di risollevare un po’ le sorti dell’economia con il merchandising di turno, vendendo il tricolore in tutte le salse possibili, anche se poi non importa se il rosso è messo prima del verde. Infine un ultimo tentativo che vedo è quello di riscattarci agli occhi del mondo, anche se ora come ora il mondo ha gatte da pelare ben più impegnative della nostra crisi matrimoniale.  Insomma una cosina mal fatta e tirata là. Che poi, a me, “insieme è meglio”, “l’unione fa la forza”, “siamo una squadra” come ben ricordato da “Capitan Morandi” all’ultimo Sanremo dava la nausea al catechismo, figuriamoci ora. Un altro modo in più per prenderci in giro, insomma.

Tuttavia non mi sento di bocciare in pieno la decisione di istituire l’Unità d’Italia come festa nazionale. Aldilà della scarsa fiducia che ho nelle istituzioni, alidilà del mignottismo, della raccomandazione, del velinismo e dell’ipocrisia perbenista, trovo che sia un modo giusto per riconoscere importanza a questa festa, che altrimenti sarebbe passata sott’acqua e senza disturbare come ha fatto da 150 anni a questa parte. Spero almeno che serva ai più giovani per sapere cos’è successo il 17 marzo 1861, e che tanti ragazzi come loro sono morti per un’idea, una cosa impalpabile e remota, senza per questo chiedere un tornaconto personale.