Essere me, Fashion, not victim, Figlie di Eva
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Sull'Unità d'Italia

Finalmente è arrivato il famigerato 17 marzo, ed è arrivato pure di giovedì, così da dare il meno noia possibile.

Fino ad ora ho letto tanti commenti in merito a questa festa, ancor prima che venisse celebrata, sia positivi che negativi, ho partecipato seppur da lontano ai festeggiamenti di Firenze (Ponte Vecchio tricolore era qualcosa di magico) e posso dire in tutta tranquillità che io oggi festeggio. Non lo faccio perché Ponte Vecchio era magico e nemmeno perché me l’ha detto Napolitano o per fare un dispetto a quelli della Lega o perché “così si deve fare”, ma perché io l’Unità d’Italia la festeggio ogni anno, così come festeggio la Costituzione il 1° gennaio e così come festeggio il voto dato alle donne il 2 giugno, in occasione del referendum Monarchia vs Repubblica. Per me una festa è vera se è sentita dalla persona, non perché lo deve fare in quanto imposto o perché se no non è un bravo cittadino.

Dunque, si diceva, io festeggio. Per una mia idea personale, intima, una convinzione che continuo a portare avanti strenuamente, nonostante poi la dura realtà mi faccia sbattere la faccia e mi risvegli bruscamente da questo mio sogno romantico e mazziniano. D’altra parte, noi non ci siamo mai sentiti uniti. Lo riconobbe lo stesso Cavour a suo tempo, con la storica frase “abbiamo fatto l’Italia, ora dobbiamo fare gli Italiani” (O era D’Azeglio? Anche qui un dilemma tutto italiano) e lo disse la stessa Litizzetto un pò di tempo dopo (e qui ne siamo sicuri) quando riconobbe che “Gli italiani sono veramente uniti solo in due occasioni:
1. quando l’Italia vince ai mondiali;
2. quando bisogna mandare a quel paese i Savoia ( per la richiesta di risarcimento danni) “

Su questa data, come si diceva prima, è stato detto più o meno tutto, mancano solo i consueti reportages più intervista all’italiano della strada per sapere cosa ne pensa, i vari festeggiamenti dalle Alpi all’Etna e le solite domande ai ragazzini che puntualmente dimostreranno di apprezzare questo giorno solo perché non si va a scuola. Vedo le stesse istituzioni poco convinte del suo valore (a parte Napolitano e e il suo discorso strappalacrime) e tutti questi improvvisi festeggiamenti mi sembrano l’ennesimo tentativo di mettere in piedi un mieloso artificio per farci giocare a fare i fratelli. E poi stranamente se ne parla tanto proprio quando si sente in lontananza l’allarme federalismo. L’altro tentativo che ci vedo è quello di risollevare un po’ le sorti dell’economia con il merchandising di turno, vendendo il tricolore in tutte le salse possibili, anche se poi non importa se il rosso è messo prima del verde. Infine un ultimo tentativo che vedo è quello di riscattarci agli occhi del mondo, anche se ora come ora il mondo ha gatte da pelare ben più impegnative della nostra crisi matrimoniale.  Insomma una cosina mal fatta e tirata là. Che poi, a me, “insieme è meglio”, “l’unione fa la forza”, “siamo una squadra” come ben ricordato da “Capitan Morandi” all’ultimo Sanremo dava la nausea al catechismo, figuriamoci ora. Un altro modo in più per prenderci in giro, insomma.

Tuttavia non mi sento di bocciare in pieno la decisione di istituire l’Unità d’Italia come festa nazionale. Aldilà della scarsa fiducia che ho nelle istituzioni, alidilà del mignottismo, della raccomandazione, del velinismo e dell’ipocrisia perbenista, trovo che sia un modo giusto per riconoscere importanza a questa festa, che altrimenti sarebbe passata sott’acqua e senza disturbare come ha fatto da 150 anni a questa parte. Spero almeno che serva ai più giovani per sapere cos’è successo il 17 marzo 1861, e che tanti ragazzi come loro sono morti per un’idea, una cosa impalpabile e remota, senza per questo chiedere un tornaconto personale.

 

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