Sulla proverbiale gentilezza dei call center.

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 Andando all’università sono solita portarmi dietro una bottiglietta d’acqua per domare la sete e cercare di sciogliere la cellulite dalle cosce, bottiglietta che abitualmente metto nella borsa porta computer.

Un brutto giorno (si parla di un mese fa più o meno) scendendo dal pullman sento la suddetta borsa umida e bagnata. Impallidisco, mi fermo in mezzo alla strada e con la gente che mi osserva tra il divertito e lo stupito tiro fuori il  mio adorato e lo asciugo meglio che posso. “Merda” penso “Merda”. Osservo la bottiglietta dell’acqua: il tappo c’è ancora, è avvitato. Non capisco come possa essere fuoriuscito il liquido ma in questo momento è l’ultimo dei miei pensieri. Percorro il più velocemente possibile la strada che mi separa dall’università e quando vi arrivo tiro fuori il portatile dalla borsa. E’ già asciutto, ma se ci sono danni? Stupidamente lo accendo. Il  portatile si accende e si riavvia da solo, pertanto decido di spegnerlo e riaccenderlo la sera stessa. La sera stessa il portatile funziona (Thank God) ma la batteria non si carica. Lì per lì non ci faccio caso ma quando poi il giorno dopo mi reco a lezione (io prendo gli appunti con il pc, pertanto mi serve scollegato dalla rete elettrica) il pc non parte. La batteria non funziona più. Tralascio le varie peripezie che ho affrontato in questo mese cercando di capire se ad essersi fritta è la batteria oppure i contatti del pc che la caricano, fatto sta che la batteria nuova che ho ordinato è arrivata ieri ma non si carica allo stesso modo della vecchia. Ergo: è colpa del pc. Ergo: sono disperata. Ergo: lo stomaco si contrae; non è fame, è gastrite.

Prendo al volo una bustina di Riopan e rifletto sul da farsi. La garanzia del pc scade i primi di maggio, quindi, seppur per pochissimo, sono coperta. Ho la Kasko (forse chi ha deciso il suo nome è ggiovane e tranquillo) che copre anche i danni da liquidi, pertanto decido di chiamare l’assistenza Asus. Mi risponde un tizio con la voce nasale e l’accento chiaramente nordico che parla come una mitraglietta: seppur connazionale devo stare attenta a quel che mi dice e concentrarmi o rischio di non capire niente. Prima mi dice che la garanzia non copre i danni voluti (voluti?!) e poi quando gli faccio notare che ho la Kasko mi chiede il numero seriale del portatile. Poi mi dice che la garanzia dura solo un anno. “Come” ribatto “qui c’è scritto che dura due anni”. “Signora” fa lui con voce stanca ed annoiata, quasi dovesse impartire lezioni ad una scolaretta dura di comprendonio “la Kasko dura solo un anno. Quindi lei ha abbondantemente superato la data di scadenza”. Tralasciando il vago doppio senso che possono avere queste parole per me e la mia attrattiva sessuale ascolto il mio maestrino superbo illustrarmi la previsione di un preventivo per la riparazione del guasto e al mio:”Va bene, grazie e arrivederci” lui mi blocca chiedendomi l’e-mail. Gliela do stancamente, come se ricevessi una punizione.

Ed ora sono qui, con una batteria nuova e perfettamente funzionante in fieri ed anche in esse che però non verrà mai sfruttata al pieno delle sue potenzialità ed una batteria vecchia ma probabilmente altrettanto funzionante che giace nella confezione della nuova.

Conclusione: ma quel giorno non potevo morire di sete…?

E venne Pasqua. E pure Pasquetta.

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Ed io sono sempre più conscia di quanto sia cambiata in questi anni.

Nuove consapevolezze, nuovi dubbi, nuove paure, nuovi capelli bianchi. Nuova cellulite. Quando ero una ragazzina e andavo a fare pasquetta con gli amici non mi preoccupavo delle conseguenze che le calorie ingurgitate potessero avere sulle mie coscine di Bambi (e pensare che pesavo un po’ di più di quanto non pesi ora) mentre ora, seppur ingurgiti quanto e cosa mi pare allo stesso modo, vengo colpita da paure e dubbi fulminanti e mi chiedo se è il peso dei miei 25 anni o il sistema in cui vivo che si fa sentire. Perché è inutile dire e fare, è così.

Prendiamo la commessa del negozio in cui io e la mia dolce metà siamo stati ieri, nel nostro lungo peregrinare. Una ragazza bassina, carina, magrolina, con uno spesso strato di ombretto (rigorosamente azzurro) sugli occhi, cerchietto e magliettaccia per fare l’effetto rock chic, l’ho sentita apostrofare una signora che sfogliava costumi da bagno sull’appendiabiti dicendole: “Eh signora, ma le cose belle costano eh… pensava di non spendere niente?” e pochi minuti dopo dirle: “Ma quello è piccolo per lei, è sicura di volerlo comprare?” per poi sentire la signora ribellarsi e rispondere: “Guardi che questo è per mia figlia”. Ecco, io sono d’accordo sul fatto che le persone sono insopportabili, e si tramutano in bersagli con tante righe colorate concentriche quando a. sono al volante e b. sono in un qualsiasi negozio ma se io fossi stata la sua datrice di lavoro avrei preso da parte rock chic e le avrei detto: “Senti bellina, o fai per bene o te ne vai perché la gente non si tratta in questo modo”.

Nonostante tutto questo nuove consapevolezze non proprio del tutto sgradite si sono affacciate alla mia disincantata e lucente mente venticinquenne, della serie incantarsi di fronte ad una vetrina piena di scarpe, provarsi i profumi ispirati alle isole della Toscana, osservare saggiamente e con coscienza che in un outlet non proprio tutto ciò che è esposto è bello come le marche e i prezzi suggeriscono (anche se, sinceramente, ogni volta che entro in uno di loro mi sento automaticamente ed immancabilmente una barbona) e immaginare di comprare una casina nel posto in cui siamo stati, costruita utilizzando muro a secco e circondata di petunie fucsia che si snodano su due o tre gradini.

Anche da affittare e ricavarci qualche soldo, perché no. 🙂

Promesse

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Promessa. Dal latino promissa, neutro plurale di promissum e questo da promittere (promettere).

Ciò che si promette, proiezione di una cosa che si darà, impegno assunto con un’altra persona.

Promessa è anche la sposa che dà il suo consenso a diventare una donna onesta e che, nel caso volesse rimanere nel campo dei malavitosi proprio il giorno delle nozze o poco prima entrerebbe non solo nelle ire dello sventurato ma anche nell’elenco dei prossimi da contattare tramite legale, in virtù della promessa di matrimonio, conosciuta in ambito internazionale. Promessa è la terra Israele, che è entrata nell’immaginario collettivo nel senso figurato di qualcosa che si desidera da lungo tempo, promesso è il Paradiso a chi si comporta bene e l’Inferno a chi si comporta male, una promessa è in genere un giovane brillante che dimostra di possedere qualità sconosciute ai più che lo porteranno in alto, la promessa da marinaio è una promessa da non prendere molto sul serio, dato che in tutta probabilità la persona che si è impegnata non ha intenzione di mantenerla. Una promessa è una promessa insomma, come dice il buon Arnold.

Un tempo la promessa era considerata sacra, guai ad infrangerla. Che fosse stretta col sangue, con un mignolino o con l’intera mano era una questione d’onore mantenere i patti e onorare quanto detto: se ciò non fosse avvenuto si sarebbe incorsi in un calo di reputazione e anche del giro d’affari. E seppure oggi adempiere a quanto promesso non sia considerato più così importante per il proprio onore (ma per il proprio giro d’affari sì) ci sono rimasta male quando la professoressa e la sua fida assistente durante l’esame di ieri ci hanno chiesto le sentenze a cui davano un’importanza marginale (ricordo ancora le loro ultime parole famose: “Mah, sì, leggetele ma non sono molto rilevanti ai fini dell’esame” “Ma perché vi preoccupate così? Studiate il resto piuttosto” “Quello che conta è la prova scritta: l’orale di martedì è solo una mera formalità, una chiacchierata, pertanto le sentenze sono da leggere”). E immaginate il mio stupore e sconforto quando mi sono sentita chiedere la “Sentenza Chanel” nei minimi dettagli, proprio io, ragazza d’altri tempi che confida ancora nelle parole del prossimo e che giusto tre ore prima aveva detto ai suoi colleghi: “Ma se ha detto che si dovevano fare all’acqua di rose significa che non le chiederà… o comunque non saranno argomento principale di domanda ecco. Non facciamoci paranoie inutili suvvia.”

E’ che dovrei smetterla di vivere nei bei tempi andati e cominciare a considerare le promesse delle persone (specialmente dei professori) come promesse di convenienza, all’acqua di rose [prof. cit.] e promesse da cui sì aspettarmi sempre qualcosa, ma tenere conto che questo qualcosa non è sempre positivo.

Infine un annoso dubbio mi attanaglia. Una promessa è un debito: devo andare dunque a riscuotere quanto mi spetta?