Arroganza

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Perché, mi chiedo, se una persona è arrogante o prepotente è considerata con le palle mentre una persona più mite e tranquilla è considerata moscia? Sempre più mi capita di assistere a fenomeni del genere. Persone che sgomitano con strafottenza vengono esaltate e considerate miti e altre più rispettose o che si lasciano scivolare le cose addosso sono con poco carattere oppure “troppo buone” (odio questa definizione, per me è un eufemismo per dire ingenuotte). Anche al cinema o in tv si vedono continuamente esempi di questo genere: il dr. House, Miranda Prestley, tutte persone che hanno sofferto, soffrono e per questo scaricano addosso alla gente le loro frustrazioni. La cosa più bella è che tutto ciò le rende assolutamente faighe e degne di attenzione nonché lode mentre nella vita quotidiana sarebbero bollate come stronze, acide, bisognose di calore umano (eufemismo per dire una bollente notte di sesso) e considerate faighe proprio per nulla.

Forse perché in un mondo come il nostro chi ha una buona dose di sicurezza in se stesso e risponde male se la cava meglio? Forse. Secondo me personaggi di questo calibro hanno successo perché dimostrano di catafottersene alla grande del giudizio – e della compagnia – del prossimo, appaiono come figure ammantate di rispetto perché sanno dire di no, sono incredibilmente attraenti perché suscitano in noi l’invidia buona di voler essere così, di protestare, di dire al mondo intero “Io sono così, se ti va bene ok se no affari tuoi”, perché non si fanno troppi problemi e perché sembrano più forti.

In realtà, seppur da una parte vorrei essere incredibilmente sicura di me e così assolutamente menefreghista dei sentimenti degli altri da poterli trattare come pezze da piedi, dall’altra non invidio affatto simili individui. Sembrano superiori all’uomo medio che al loro confronto piega la testa quasi sempre buttando già il boccone amaro fino a quando non gli girano le cervella e fa una strage con la pistola, ma a ben guardare mi appaiono come dei poracci che non hanno altro conforto alle loro miserie umane se non quello sfogarsi sui propri simili perché non hanno il coraggio di lavorare su se stessi, di cambiare, di accettarsi per quel che sono. I personaggi televisivi di cui sopra sono divertenti, anche a me piacciono ma non vorrei mai essere al posto di una Miranda Prestley o di un Gregorio Casa, soli, inaciditi ed incattiviti, costretti ad indossare una maschera da duro perché hanno paura che se mollano un po’ gli altri finiranno per accorgersi della loro umanità e addirittura delle loro mancanze.

D’altra parte nemmeno assumere sempre il comportamento di remissivo è positivo, più che altro perché si rischia di finire come il poretto citato poco fa, quello a cui un giorno girano le cervella e fa una strage con la pistola.

Tipo Travis Bickle insomma.

Virate

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Ieri all’ultimo momento ho deciso di preparare un esame diverso da quello che avevo inizialmente cominciato a studiare per i primi di giugno. Ho notato infatti (con mio enorme sconforto) che D.A. ha due appelli a giugno, uno i primi di luglio e poi più nulla fino a settembre, mentre invece P.P. (l’esame che avevo già cominciato a preparare) ha appelli fino alla fine di luglio, quindi se continuo a seguire il mio progetto iniziale rischio di fare solo un esame, cioè P.P. (che, essendo molto grosso – quasi 900 pagine – va spezzato in due parti) in tutta l’estate e questo, signori miei, mi dispiace ma non lo accetto.

Dunque ho preso la decisione di invertire l’ordine dei due esami e dare prima D.A. e poi P.P. Alla notizia i miei hanno cominciato a bonfonchiare e a borbottare, dicendo che non è il caso, che sono due esami pesi e che non ho il tempo sufficiente per fare questo cambio di rotta. Io, tranquillamente, ho risposto che proprio perché non ho il tempo (voglio laurearmi porca paletta) ho cambiato idea, che comunque ho ancora 20 giorni e che uno deve avere una mente aperta perché gli imprevisti accadono e bisogna essere pronti ad affrontarli. (Hanno messo gli appelli tardi e tutti accavallati, come al solito). Non sono del tutto convinti e secondo loro sto sbagliando, secondo loro dovrei portare a termine ciò che ho cominciato e dare P.P. a giugno e luglio per poi pensare a D.A. (a settembre a quel punto). Per quanto tutto ciò possa dispiacermi, io faccio di testa mia. Poi magari sbaglio e boccio però voglio almeno provarci perché rinunciare così a priori mi sembra stupido. Senza contare che il giorno dopo devo andare a verbalizzare l’esame che ho dato ad aprile, per cui sarebbe proprio ganzo avere due esami grossi uno dietro l’altro come se fossi un piccolo genio e l’avessi dati a ruota. Così ho preso la macchina, la paglietta, il bastone, ho messo un filo d’erba in bocca e sono scesa in città per comprare il libro. Ieri sera ho cominciato a studiare, visto che oggi pomeriggio sono a dare ripetizioni di latino ad entrambi i miei ragazzi e perderò tutto il pomeriggio (ma le mie finanze ne guadagneranno) in questo modo mi sono anticipata sul programma che mi sono fatta e stamattina ho finito di studiare le pagine che mi sono prefissata. Spero di farcela, mi sembra un buon modo di organizzare il tutto.

Oggi i miei mi sono sembrati più “rassegnati” all’idea, anche perché mi vedono sicura di me stessa. Li ho visti più inclini a sostenermi. So che è solo questione di tempo, il tempo che ci vuole perché l’idea si insinui in loro e vi si abituino.

E – strano ma vero – finalmente, dopo un po’ di giorni, stanotte ho dormito bene, profondamente e non mi sono svegliata nemmeno una volta. Coincidenza?

E se davvero tu vuoi vivere una vita luminosa e più fragrante
cancella col coraggio quella supplica dagli occhi
troppo spesso la saggezza è solamente la prudenza più stagnante
e quasi sempre dietro la collina il sole.

Italians

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Ho realizzato con enorme sconforto che le leggende sugli italiani all’estero sono vere.

Gli italiani all’estero sono i classici pizza&mafia delle barzellette, che si addormentano durante le conferenze e ci provano con tutte le belle ragazze che vedono in giro. Sono i simpatici guasconi, le adorabili canaglie, i bravi amatori (perché l’importante è quello, no?) che però il mattino dopo chiamano la mamma invece che salutare con un bacio la donna con la quale hanno giaciuto, sono coloro i quali sganciano mazzette strizzando l’occhio in cambio di favori e sono anche quelli che si credono fini quando poi non lo sono. E sono, ovviamente, gli imbroglioni e i furbetti per eccellenza. Con il crocefisso d’oro della prima comunione che spunta dalla camicia.

Scrivo queste mie con le lacrime agli occhi, vergognandomi un po’ dei miei compatrioti all’estero e di come le leggende metropolitane sul loro comportamento siano – ahinoi – vere. Come faccio a saperlo? Qualche mese fa all’università ho conosciuto un ragazzo croato, Frano, il quale alla nostra domanda: “Come ci vedete?” ha esordito scuotendo la testa e mettendo le mani avanti, dicendo che fino a poco tempo prima aveva una pessima opinione di noi italiani. La prima volta che ha avuto un incontro ravvicinato con noi è stato nel suo Paese, la Croazia, mentre stava baciando la sua ragazza per la strada. I nostri beniamini si sono avvicinati e hanno cominciato a dire: “Ciao bella” (ora non mi sembra più tanto strano che la frase sia diventata famosa e rappresentativa del tricolore) con complimenti e squadrate da capo a piedi. La seconda volta, sempre in Croazia, ha conosciuto una ragazza italiana con la quale usciva e che ha troncato ogni rapporto con lui quando è venuta a sapere che era croato (ma dai?).  Poi è venuto in Italia per studiare e ha cambiato idea accorgendosi che non siamo tutti così (meno male).

Altri esempi di italiani che vedo sono quelli dei telefilm americani. In “Jersey shore” i protagonisti sono italo-americani e sono volgari, ignoranti, vanitosi e facilotti. Idem dicasi per quel disgraziato di Domenico Nesci e il suo “That’s Amore”. Anche nelle mie adorate “Desperate Housewives” gli italiani sono rappresentati come belli, ben vestiti, ben pettinati ma ahimè dai modi rozzi, dalla parlata poco fine e sempre implicati in losche situazioni. Insomma, asini travestiti da cavalli. Altro luogo comune è il saper mangiare, e su questo non ho nulla a che ridire, sebbene me la sia presa sulla battuta di Bree Hodge (la mia casalinga preferita) quando ha ribattuto che: “Ho fatto provare ai miei clienti del cibo raffinato ma loro volevano le lasagne”.

Comunque voglio spezzare una lancia a favore degli italiani, ai quali comunque consiglio di comportarsi meglio (in generale, non solo fuori casa). Stranieri, siete troppo legati ai luoghi comuni. Noi non siamo tutti così. Siamo anche così (purtroppo) ma distaccatevi dalla convinzione che ci chiamiamo tutti Mario, Luigi e Antonio, dal binomio pizza&mafia e che siamo volgarotti. E maniaci sessuali. Ah no, come si dice… passionali. Ecco.

Reinventiamo un nuovo mito, please.