Scilla e Cariddi

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Ritorno dopo un bel po’ su questi schermi. In questi giorni sono stata presissima da un esame che ho sostenuto ieri e che ho passato, nonostante mille difficoltà e paure… è solo la prima parte ma già aver passato questa significa molto perché è molto pesante e occorre ricordarsi un sacco di cose per poterlo superare, inutile dire poi che le assistenti del professore sono due diavolesse in carne ed ossa, di cui una in special modo ha una faccia da stronza che non finisce mai. Lo smalto rosa shocking con il quale si è presentata ieri in coordinato con la maglia e le scarpe tacco 12 poi la diceva lunga sulla sua indole materna e protettiva… perché le donne sono sempre più incattivite degli uomini nelle vesti di professoresse? Sembravano Scilla e Cariddi, una in un angolo della stanza e l’altra nella parte opposta, con in mezzo l’assistente, uomo piuttosto belloccio e con una camicia color ciclamino. Hanno fatto una strage. Ero la numero venti nella lista ma ho fatto l’esame all’una, nonostante lo schema fatto dal prof. prevedesse una suddivisione di compiti per finire più in fretta: gli assistenti maschi interrogavano sulla seconda parte mentre le donne sulla prima, lui faceva l’ultima domanda sulla seconda parte. Come mai così lenti?  Le mostre ti tengono sotto le mezzore intere per poi buttarti fuori con un “mi dispiace ma non è sufficiente” nel 98% dei casi, i ragazzi che erano seduti accanto a me sono stati bocciati tutti eccetto una che ha rifiutato un voto basso. A me a vedere che i miei commilitoni cadevano come mosche si ghiacciava il sangue e già sentivo l’ombra cupa del disastro calarmi addosso quando nel momento in cui avrei dovuto sentire il mio nome il professore ne ha chiamato un altro, con grande stupore mio e della ragazza che controllava i nomi. “Sarà una svista” ho pensato, invece no perché dopo quel nome ne ha chiamato uno ancora diverso e così via, fino a quando la cosa è risultata chiara: mi aveva saltato dall’elenco. Così ho deciso di alzarmi e fare presente la cosa al prof. Prima di farlo però, ho escogitato un diabolico piano: ho aspettato che in bocca a Cariddi finisse un altro ragazzo, dopo di che mi sono avvicinata al professore dicendogli che doveva avermi saltato perché stava chiamando un bel po’ di persone che si erano registrate dopo di me. Ho pensato infatti che a quel punto, dato che le mostre erano occupate, magari mi avrebbe interrogato lui per non perdere altro tempo e finire prima. Così è stato e quando mi ha detto: “Ha ragione signorina, l’ho saltata. Ma non importa, si accomodi la interrogo io” ho provato un moto di gioia e ho trattenuto un sorriso che altrimenti sarebbe arrivato fino alle orecchie. Risultato: esame passato con un buon voto, roba che se fossi caduta nelle grinfie di quelle due arpie sarei stata bocciata o avrei preso un voto pidocchioso. La cosa più bella di tutta questa storia è che mi ha rilasciato una ricevuta, sissignore, una di quelle che le tintorie infilano nel sacco di plastica dei vestiti quando li vai a riprendere, con su scritto nome, cognome, domande fatte e firma del prof., da riportare la prossima volta quando andrò a dare la seconda ed ultima parte di questo esame. Uscita dall’aula ho incontrato due mie amiche, anche loro lì per un esame, che mi hanno chiesto cosa facessi lì. Dopo averglielo detto una di loro mi ha fatto: “Brava, ora riposati vai che hai rasciugato un bel bucato!”. Inutile dire che, insieme alla ricevuta dell’esame, è stato il momento più delizioso della giornata. Quello più eccitante è stato superare l’esame e farla in barba ai mostri che mi aspettavano appollaiate agli angoli della stanza, che Dio le benedica.

Uscita dall’università mi sono completamente fradiciata nonostante avessi l’ombrello, dato il nubifragio in corso, roba che se infilavo i piedi in una pozzanghera li avrei bagnati di meno, così un po’ per farmi un regalino un po’ per ripararmi mi sono rifugiata da Kiko, dove ho preso uno smalto nuovo. Altre persone che Iddio dovrebbe benedire sono le commesse, odio quando mi reco alla cassa e cercano di imbonirmi costringendomi a comprare altra roba oltre a quella che ho preso. Ieri una di loro ha provato a vendermi i rossetti, le salviette per lo scrub e i brillantini per le unghie. I brillantini per le unghie. A me. Che odio il glitter e tutto ciò che è esso accomunato. Inutile dire che non riescono mai a convincermi, dato che se decido di spendere una certa cifra è quella e aldilà di questa non si va.

…Mah.

P.S. Amy Winehouse vaffanculo. Va bene? Oh.

Pulizia

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Stamattina ho rimosso tutte le foto, le cartoline, l’elenco degli esami che mi mancano e l’autografo di Caparezza dal muro che di fronte alla mia scrivania.

La mia scrivania è appoggiata contro il muro più corto della mia cameretta, sormontata dalla mezza libreria dove ho tutti i miei tomi universitari, le dispense e la collezione di Corto Maltese, che devo tenere sempre vicino perché la ho cara come la bambola che è seduta accanto, Margherita, la mia primissima bambola che mi regalò mio zio e dove vi ho dormito dentro quando ero una neonata. Tra la scrivania e la libreria ho un piccolo pezzo di muro sul quale avevo attaccato tutto ciò che mi piaceva e che aveva un significato per me: il Bacio all’Hotel de Ville di Robert Doinsneau, l’acquarello di Praga che comprai quando andai in gita in quella meravigliosa città che mi è rimasta nel cuore in 3° liceo, pochi mesi prima della maturità, l’elenco degli esami universitari fatti e da fare, l’autografo di Caparezza sul retro del biglietto d’entrata, il mio rifacimento della Famiglia di Acrobati con Scimmia di Pablo Picasso, qualche poesia e così via.

Stamattina, alzando per un momento gli occhi dal mio ripetere Procedura Penale, ho incontrato come sempre l’elenco degli esami universitari che ho attaccato proprio al centro di questa strisciolina di muro, così da ricordarmi che prima li dò e prima finisco. Come altre volte mi è accaduto ho provato un moto di stizza e di nausea a rileggere inconsciamente tutte le materie che compongono il mio piano di studi, solo che stamani, invece che lasciar perdere questa sensazione, l’ho ascoltata e ho staccato dal muro il foglio. Ho preso la cartolina del San Giovanni Battista di Caravaggio e l’ho messa al suo posto, poi altre poesie e le ho aggiunte, a coprire il “buco” che si era creato. Ma poi, senza pensarci, ho cominciato a staccare tutto, piano piano, con attenzione, accorta a non strappare via anche la carta insieme allo scotch attaccato dietro i fogli. Così dopo poco ho liberato tutto il muro, che ora è pulito e vuoto e mi guarda ammiccando.

Non so perché lo abbia fatto. Immagino sia perché sono stanca delle mie solite vecchie cose e abbia voglia di rinnovarmi, che per quanto io ami queste mie solite vecchie cose non mi bastano più e ho bisogno di altre diverse nuove cose. Che, forse, ho bisogno di più spazio. Di crescere e “staccare i poster dal muro” che si attaccano da adolescenti.

Chissà. Come sempre mi faccio troppe domande.

Cervello, facciamo pace.

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Sono ripiombata in quell’assurdo periodo dove sono confusa e non so cosa fare né come comportarmi. Questo, per capirsi. Non so se preparare tutto l’esame di procedura entro la fine del mese o solo la prima parte, non so se chiedere consiglio o meno, non so se la risposta secca data da un mio collega sia dovuta all’assurdità della mia domanda o al suo mestruo maschile, non so se faccio bene a fare qualsiasi cosa insomma. Come nel post  che ho linkato, ho tagliato la frangetta (stavolta mi sono affidata alle sapienti mani di mammà) ma anche lei stavolta ha toppato e me l’ha tagliata un tantinello più corta della sua lunghezza ideale, che è tanto brava a raggiungere. O sono io che ho un metro della misura distorto? Non so. Mi sembra di vivere in un mondo parallelo con un paio di occhiali da ubriaco sul naso, sì, di quelli che fanno vedere nei cartoni, che li metti e vedi ogni cosa in modo sfocato e confuso. E mi comporto come una schizzata. Sarà la preoccupazione dell’esame, della tesi, del tempo che passa? Sarà la delusione per questo periodo? Sarà perché esigo sempre troppo da me stessa e, come dice l’oroscopo di Vogue appena arrivato: “La conquista di una medaglia – di bontà, bravura, dedizione – può costarvi fatica, ma non siete obbligate a salire sempre sul podio della perfezione, anche perché sono in agguato insidie sottili, e la vostra pazienza diminuisce. Se riuscite a staccarvi da terra fino a raggiungere la visione dell’alto, vi sarà chiaro quanto terreno di recente avete guadagnato”?

Boh. Mi faccio troppe domande e penso troppo. Devo fermarmi, calmarmi un secondo e analizzare le cose con lucida razionalità, così come faccio sempre e come amo fare sempre. E preparare solo la prima parte dell’esame, perché in fondo il tempo ce l’ho cazzo, anche se ho saltato un giro di boa rispetto ai programmi che mi sono fatta. Ma non tutto va come si progetta, no? Bisogna essere pronti agli imprevisti, e reagire di conseguenza, non fossilizzarsi ed andare in crisi perché un pezzo del puzzle non s’incastra come scatola insegna.

Che poi, ho appena finito di videochiamare il mio professore per la tesi. E sono contenta perché abbiamo cominciato a buttar giù la struttura, il primo capitolo, il primo paragrafo… concretamente. Non vedo l’ora di finire gli esami e dedicarmi solo a lei.

“Crisi dal greco KRISIS che tiene a KRINO:  separo – momento che separa una maniera di essere o una serie di fenomeni da un’altra differente” (da: www.etimo.it).