Limbo.

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Dunque dunque dunque. Il mio periodo da surfista sulla cresta dell’onda è finito miseramente ieri, quando provando a dare l’ultimo degli esami che mi ero prefissata di fare a settembre ho fissato negli occhi il professore e gli ho detto: “Ritorno a gennaio”. Sì miei affezionatissimi, la vostra ha deciso di interrompere l’esame lasciando così di sasso il professore (mai visto e conosciuto) che quando poi l’ho reincontrato alla trattoria dove il mio relatore aveva portato a pranzo me e un mio amico che prepara la tesi con lui mi ha guardata e mi ha detto: “A lei è andata male, vero?”.

Cominciando dal principio, sono andata a kamikaze. Dopo due esami molto grossi e impegnativi dati nei primi 15 giorni di settembre avevo solamente 10 giorni per preparare questo più il mio compleanno di mezzo e la festa dell’uva qui al mio paesello (capita raramente che qui ci sia qualcosa). Per cui senza ai nè bai mi ero messa sotto sì ma pensando che mi buttavo, che se andava bene bene e se no pazienza. Ma quando il prof. mi ha chiamata alla cattedra ho avuto la ferma certezza che sarebbe andata poco bene, l’ho percepito dal tono di voce spazientito con cui scandiva le lettere del mio cognome per tre volte, anche se io avevo già risposto. Quando mi sono seduta su quella seggiolina stretta e alta e ho cominciato a rispondere alla prima domanda mi ha stoppato dopo tre parole chiedendomene il significato. Gliel’ho detto e lui mi ha apostrofato dicendo: “E lei questo dove l’ha letto?” con tono sostenuto e quasi offeso. “Sul libro” rispondo io. “Quale libro?” “Il manuale del corso”. “Ma chi l’ha scritto? Ma su che libro ha studiato lei eh? Chi è l’autore?” Confesso con un po’ di vergogna che mi aveva messa così in soggezione che non ricordavo il nome dell’autore. “Perché non si ricorda l’autore? Lo prenda”. Mi faccio prestare il libro al volo. “Ecco, perché non lo sa?” “Non mi sovveniva” “E perché? Lei dovrebbe stare su questo libro mesi e mesi e non si ricorda chi è l’autore? Possibile?” Ho voglia di dirgli “Non me lo ricordo, e allora? E’ normale perdere dieci minuti a chiedermi perché non mi ricordo l’autore del libro?” Ma taccio. “Allora, chi è l’autore?” Lo guardo male e glielo dico. Lui mi dice di cercargli l’argomento che mi aveva domandato prima e gli indico il punto “Ecco” dico. “E’ scritto qui.” E leggo la frase. “E cosa significa? Chi l’ha detto, la legge?” Mi rendo conto che comincia a volarmi la mosca al naso e inizio ad aggrottare le sopracciglia, cosa che faccio sempre quando mi sento presa per il culo e ho voglia di rispondere male. “Il significato sostanziale? E chi lo dice? Forza avanti”. Balbetto qualcosa, lui mi interrompe senza lasciarmi finire blaterando che non va bene. Tento di dominare il fanculo crescente che mi sale dentro e lo fisso diretto negli occhi, guardandolo male, come lui fa con me.  La epica battaglia a chi ride per primo è interrotta dall’assistente che si avvicina per sussurrargli qualcosa. Dopo che hanno parlato dei fatti loro si rivolge a me e dice: “Io sto aspettando”. “E io ritorno a gennaio”. Lui mi guarda stupito. Poi dice: “Beh… se la preparazione è questa allora sì.. ma perché?” “Ho deciso di tornare a gennaio, rifare l’esame. Basta.” “Ma come mai questa incertezza?” “Ho dato procedura civile dieci giorni fa e non ho avuto abbastanza tempo per preparare bene questo.” “Ah beh, allora sì… deve avere più tempo…” “Sìsì, arrivederci” Dico io, e me ne vado frettolosamente. Sinceramente non avevo voglia di stare lì per altri dieci minuti facendomi prendere per il culo da uno che non mi fa parlare e che mi fa scordare pure l’autore del libro. Per avere cosa poi, un 18 nel migliore dei casi, che tanto avrei rifiutato? Quindi, tanto vale non perdere tempo. E dignità.

Ma la cosa che più mi brucia di ieri, che mi fa stare male e che mi ha svegliata stamattina alle sei impedendomi di dormire, è che in segreteria mi hanno detto che le integrazioni che feci come conseguenza del passaggio dall’università di Firenze a quella di Siena contano come esami a sè stanti e che quindi mi hanno abbassato la media tanto da farmi partire da un 93 perché hanno aumentato il numero di esami su cui calcolare la media. Il che significa che posso aspirare massimo ad un 100 con le mie sole forze se non addirittura un 99, a meno che il prof. non mi dia una tesi da 8 o 10 punti. E’ questo che mi fa stare male, che non sopporto, so che è una cazzata ma non posso fare a meno di pensare che se dovevo sudare sangue e farmi un culo così per un voto che non arriva manco al punteggio minimo accettato dalla Monte Paschi per fare il concorso allora tanto valeva che non mi stressassi troppo la vita e prendessi tutti i 18 che mi sono stati offerti durante la mia carriera, che avrei finito da mò e non sarei arrivata a questo punto, stanca e delusa da me stessa e da tutto. Ho perso la voglia di fare tutto, ho perso la voglia di laurearmi perché non ho voglia di farlo con un voto basso, ho perso la voglia di studiare perché ho incontrato quello stronzo, ho perso la voglia di darmi coraggio perché mi sembra del tutto inutile e ho paura di essere presa per il culo ancora una volta dal sistema universitario. Sono questi i momenti di cui parla il Perozzi, quelli della constatazione del nostro niente.

Eppure malgrado tutto, anche se ora come ora ho solo voglia di mollare tutto, so che andrò avanti perché è solo questo che mi resta da fare. Anche se per inerzia.

La solita minestra

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In cosa consiste la solita minestra? Di solito donne coi pantaloni che rivendicano il loro possesso del mondo e di quello che hanno sotto il cavallo agitando il pugno dalle unghie più o meno lunghe e più o meno laccate minacciando di dar fuoco alle cucine, simbolo del maschio pigro e panzone nonché padrone e della società gretta e antimatriarcale che le vorrebbe relegate ai fornelli vita natural durante.

Sebbene io mi ritenga una donna moderna (cit), dai pantaloni e dalle convinzioni ferme e decise sul fatto che la società sia – ahimé- assai maschilista, odio questa solita minestra. La libertà che noi donne tanto rivendichiamo è fatta anche di fornelli, di gonne e di collane con le perle. Per me non c’è niente di male nel fatto che una donna scelga di rimanere tutta la vita in casa, a prendersi cura della propria famiglia, non c’è niente di male nel fatto che si preoccupi della propria linea, non c’è niente di male nel fatto che adori stare dietro i fornelli.

Purché, attenzione, lo voglia lei.

Se è lei a volerlo, perché le piace, perché lo vuole, perché ci si sente bene, allora ben venga. Se però deve esserle imposto, deve esserle costretto, deve farlo per essere accettata e – orrore – non essere lasciata, ecco, allora io mi unisco alla solita minestra indossando pantaloni e agitando il pugno in aria. A volte si dimentica il concetto per il quale libertà, indipendenza, autonomia non sono legate ad un comportamento necessariamente fuori dalle regole e contrario agli usi e costumi della società, quanto piuttosto alla volontà, al desiderio, al piacere che deriva da un dato comportamento. Una donna può essere indipendente anche facendo la casalinga, anche se non rientra nel comportamento standard di quella in carriera.

A volte mi sembra che noi donne facciamo di tutto per entrare in vestiti troppo stretti o che non ci piacciono solo per sentirci dire brave, per sentirci moderne, indipendenti, così sicure da non aver bisogno di nessuno, quando in realtà la vera indipendenza, la vera sicurezza risiede del fare quello che si vuole e quello che ci piace senza avere sensi di colpa o paure di venire tagliate fuori.

Se una donna decide di rifarsi il seno per piacere a sé stessa, ben venga.

Se una donna decide di lasciarsi crescere i capelli perché le piacciono lunghi, e non perché rientrano nella fantasia comune della bellezza femminile, ben venga.

Se una donna decide di fare la casalinga perché le piace prendersi cura della casa e della propria famiglia, ben venga.

Il problema del ruolo della donna è tutto lì: nel vedere se la donna vuole farlo oppure no.

Chiamatemi anti-Rebecca.

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Credo di avere un problema, e dato che il vecchio adagio suggerisce: “Ammettere di avere un problema è il primo passo per risolverlo” proverò non solo ad ammetterlo ma anche a scriverlo, hai visto mai fosse più efficace.

Dunque, si diceva, io ho un problema. Sono shophaolica al contrario. Nel senso che mi piace comprare vestiti e scarpe, fosse per me mi rifarei completamente il guardaroba dato che ho indumenti vecchi di dieci anni (ancora in ottime condizioni per cui sfruttabilissimi dato che ne tengo massima cura) e che ogni volta che cambia stagione mi prende il “metto sempre gli stessi vestiti ogni anno, mai vestiti nuovi”, solo che quando mi ritrovo in un negozio e trovo qualcosa che mi piace non ho mai la forza di volontà di comprarlo. Mi sembra di sprecare soldi, mi sembra di comprare cose di cui non ho bisogno e quindi ho paura di ritrovarmi senza denaro perché ho le mani bucate.

Facciamo un esempio pratico. Il sei settembre, dopo aver dato Procedura Penale, mi sono diretta verso la stazione degli autobus per tornare a casa. Sulla strada c’è l’Oviesse: incuriosita sono entrata pensando: “Se c’è qualcosa di carino per l’autunno lo compro”. Ho trovato una sorta di vestito – camicia con fantasia tartan, munito di cinturina in vita, da mettere con i leggins (aveva già immaginato l’abbinamento: vestito + leggins + ballerine nere + borsa marrone che si abbina con la cinturina. Perfetto.) Costo: 30 € su per giù. Ora, grazie ai miei lavoretti adesso posso permettermi di comprare roba che costa 30 € per cui nessun problema. Decido che questo vestito sarà mio. Lo prendo e me lo metto sul braccio. Avrei bisogno di tante altre cose in quel negozio, come le camicie o le scarpe (necessito di un paio di stivaletti foderati di pelliccia sintetica) ma decido che per ora questo basta. Mi sto dunque dirigendo alla cassa con la mia preda quando noto sull’appendiabiti un meraviglioso cappottino a 40 €. Dovete sapere che io necessito di un bel cappottino nuovo dato che il mio, vecchio di tre anni, ormai è ridotto ad una sfoglia di cipolla a forza di lavaggi. Così mi fermo a riflettere. Se devo spendere 30 € per un vestito poi è meglio comprare il cappottino, di cui ho più bisogno, per dieci euro in più. Comprarli tutti e due è uno sforzo troppo grande per il mio cervello ormai simile a quello di Paperon de Paperoni per cui il mio vestito non è più una preda così succulenta. Tuttavia penso che per adesso il cappottino non lo metto e che comunque devo tornare in pullman, per cui non è saggio prenderlo adesso. Il risultato di cinque minuti di elucubrazioni è che rimetto a posto il vestito ed esco con le pive nel sacco: non ho comprato niente, anche se avevo bisogno sia del vestito che del cappottino. Inoltre ho promesso più volte a me stessa di comprare qualcosa su internet ora che S. mi ha regalato la carta prepagata, dove si risparmia, ma mi rendo conto di trovare sempre delle scuse con me stessa che mi fanno rimandare il fatidico momento in cui dovrò sedermi di fronte allo schermo e scegliere qualcosa da mettere nel carrello.

E’ che ho paura di finire i soldi. Ho sempre l’ansia che non siano mai abbastanza e che se spendo oggi magari un domani che ne ho davvero bisogno non ce li ho, per cui li lascio ammuffire nel borsello. Confesso di aver risparmiato una discreta sommetta con le ripetizioni di latino ed altri lavoretti e giusto ieri ho incontrato una delle mie ragazze che mi ha detto di aver bisogno di me perché ieri la professoressa di latino le ha fatto tradurre una versione e lei non ci ha capito niente. Ma ho sempre paura che non mi bastino mai. Forse sono stata così tanto tempo con la cinghia tirata, a risparmiare e rinunciare, che adesso sono in una sorta di “blocco automatico” di fronte a qualsiasi cartellino. Come gli affamati che digiunano dopo tanto tempo e si ritrovano davanti una tavola colma di cibo, così io non riesco a saziarmi anche se lo vorrei. Tutto questo mi ricorda la fame di denaro e di cose belle di Rossella O’Hara durante il dopoguerra e di come anche lei pensasse: “Quando avrò tanti soldi comprerò tutto ciò che voglio ma per ora non posso”.

…Mah.