Another story

Nina Simone canta, io scrivo. E credo proprio che scriverò molto: è da tempo che non lo faccio e ho bisogno di farlo.

Ieri avevo un altro esame, un altro dei miei famigerati esami, il quartultimo per l’esattezza, ed era un esame pesantissimo, da 15 crediti, oltre 700 pagine. Il libro è lungo, molto difficile e complicato per cui avevo ripiegato sugli appunti: 370 pagine tonde tonde piene zeppe di articoli e procedure, sì perché signori e signore miei, l’esame era niente popò di meno che Diritto Processuale Civile. Avendo dato Procedura Penale il 6 capite bene che avevo solo 8 giorni per prepararlo e che la materia era molto complicata, l’impresa quasi impossibile e tutto remava contro di me: i miei lavoretti che mi facevano partire di casa alle due e tornare alle cinque, il caldo feroce che ha tenuto in ostaggio persino il mio piccolo paese freddo e umido, l’ansia e la paura di non potercela fare, il ciclo. Per cui se volevo avere una qualche chance di riuscita dovevo necessariamente ripiegare sugli appunti: prepararlo sul libro era praticamente impossibile per portare a termine con successo la missione. Ho cominciato a studiare pensando che erano solo 370 pagine e che in una settimana avrei potuto farcela, ma soprattutto ho cominciato pensando che io iniziavo ad aggredire la materia e che se mi fossi resa conto che avevo peccato di presunzione pace, mi sarei cancellata dall’esame provandolo il prossimo appello.

Così, incoraggiata da questi mantra e cercando di scacciare tutto il resto, ho fatto un programma di studio e mi sono messa sotto. Arrivata al pomeriggio del lunedì la paura ha iniziato ad attanagliarmi le viscere e l’insicurezza che mi accompagna fin dalla nascita ha cominciato a sussurrarmi con la sua vocina melliflua e noiosa che ero troppo arrogante a credere di potercela fare: stavamo pur sempre parlando di procedura civile dopo tutto! In paranoia ho tirato un grosso respiro, mi sono nutrita di camomilla e ho riflettuto sul da farsi. Dopo essermi consultata con la mia dolce metà mi sono convinta a volerci provare lo stesso: “male che vada boccerò” mi sono detta “almeno l’avrò provato, mi sarò resa conto di come interrogano e di come funziona e comunque l’avrò studiato. Arrivata a questo punto non posso mollare.” Così, scacciando lo spettro del fallimento che sentivo aleggiare su di me, ho intensificato i miei ritmi: dalle sette di mattina fino all’una e mezzo e dalle tre fino alle otto e mezzo di sera no stop se non le capatine fisiologiche in bagno. In questi giorni ho sentito la testa diventare bollente, segno inequivocabile di surriscaldamento in corso e di cervello affamato di ossigeno, costretto a bruciarne quantità notevolmente superiori al consueto.

Ieri mattina era il grande giorno. Sono partita alle sette meno venti dal mio paesello per raggiungere la cittadina da dove avrei dovuto prendere il secondo pullman che mi avrebbe condotta a Siena. Ero così stanca che non avevo nemmeno più paura, volevo solo che tutto finisse al più presto. Quando il pullman è passato davanti alle mura mi sono detta: “So che sono presuntuosa, ma sotto il 24 rifiuto. In fondo oggi provo, mica vado a colpo sicuro.” E mi sono fatta un film sul prof. che mi diceva: “Va bene signorina, allora 24” e io: “Benissimo” e subito dopo una musichetta che cantava l’Alleluia. Proprio mentre nella mia testa i baritoni  intonavano la lode all’Alto dei Cieli il pullman è arrivato in fondo alle mura, dove si trova una statua di ferro raffigurante una suora con le mani tese al cielo in piena estasi. Ho sorriso tra me e me e ho raccolto le mie cose per scendere dal pullman.

Sulla strada per l’università sentivo delle signore dire: “E’ bella e brava, bella e brava” e ho pensato: “Stai a vedere che qualcuno si laurea”, difatti, arrivata all’università ho visto cartelloni e gente tirata a lucido: non uno ma ben tre ragazzi ce l’avevano fatta. Sui cartelloni foto e scritte: “Cum studio et sapientia…” Mi sono ritrovata a invidiarli e ad essere contenta per loro nello stesso tempo. “Toccherà anche a me prima o poi”.

Prendendo un cappuccino al bar ho visto una delle famiglie dei neo-laureati che si rifocillava. Una signora bionda, probabilmente una delle mamme, piangeva. Ho sorriso e ho pensato alla mia mamma, mi sono chiesta se piangerà anche lei il giorno della mia laurea, mia mamma è imprevedibile in queste occasioni. Poi mi sono chiesta se piangerò anche io, solitamente tengo le mie emozioni sotto chiave ma anche io sono piuttosto imprevedibile di fronte a eventi così importanti.

Dopo il cappuccino mi sono rinchiusa in biblioteca: l’esame era alle due, avevo ancora tutta la mattina. All’una e mezza mi mancavano le ultime pagine da ripassare e ha cominciato a prendermi male, ho cominciato a credere di essere stata folle a provare un esame così grosso in così poco tempo. Ma ormai ero lì, avevo studiato tanto, avevo impiegato tempo energie e avevo sacrificato momenti preziosi all’amore per provare, per cui mi sono detta che dovevo andare, altrimenti avrei buttato tutto giù per lo scarico se avessi rinunciato proprio allora. In quel momento è arrivata una mia amica, anche lei si era iscritta all’esame ma aveva deciso di non presentarsi. Io invece le ho spiegato la mia situazione e di fronte al mio sorriso isterico lei si è stupita e mi ha detto: “In soli otto giorni? Come hai fatto…?” E io: “Sono una kamikaze”. Mi ha accompagnata in bagno, mi ha presa in giro per il mio aspetto sfatto e sfinito, ero visibilmente agitata ma tutto sommato mi dominavo abbastanza bene. L’unica cosa che non potevo controllare era il mio viso mortalmente pallido e il mio sguardo da folle.

Entriamo in aula. L’assistente dice che ci sono alcuni ragazzi che hanno urgenza di fare l’esame per primi, così colgo la palla al balzo e chiedo di potermi aggregare: l’ultimo pullman per tornare alla cittadella è alle sette ma prima finisco e meglio è, senza contare che sono molto giù nell’ordine delle iscrizioni e rischio davvero di non riuscire a tornare a casa se non passo avanti.

Mi siedo e mi si presenta un ragazzo dal forte accento siciliano, vestito con un completo nero, dal viso e dagli occhi neri come il tessuto che indossa. Lo strabiliante confronto fra la sua pelle brunita e la mia lattea mi strappa un sorriso. Mi guarda con aria torva, è seccato, con voce funerea mi fa la prima domanda. Proprio l’argomento che odio di più, che più mi sta sulle palle, il processo sommario di cognizione. “Bene” penso “Stai a vedere che oggi l’ho fatta la mia vai, per fare la figa sono passata avanti e ora m’è capitato lo stronzo. Magari era meglio se mi facevo i fatti miei.” Comincio a rispondere e vado avanti, finché lui non m’interrompe e secco e deciso, sempre sgarbato, mi chiede il decreto ingiuntivo. Parto di nuovo a macchinetta, nel frattempo è arrivato il professore che fa l’appello e la sua voce lenta e cadente mi fa perdere il filo. “Non posso confondermi ora” penso e mi costringo a concentrarmi su quel che dico. Lui mi interrompe ancora bruscamente e mi chiede il litisconsorzio necessario, ricomincio e dopo un po’ mi interrompe ancora. “Connessione e continenza” mi fa. Riparto e mi reinterrompe e mi chiede cosa centri il litisconsorzio con la connessione e la continenza. Glielo dico, lui aggiunge qualche altra domandina del cavolo, poi osserva il codice e mi dice: “Peccato signorina, come ma il 702 bis me l’ha saputo in modo così impreciso?” Ho voglia di dirgli “Perché l’ho preparato in 8 giorni e perché mi sta sulle palle” ma freno la lingua, mi limito a guardarlo e a sorridergli cercando di assumere un’aria dolcemente colpevole, come di chi è stato beccato con le mani nella marmellata. Mi chiede le misure cautelari, mi interrompe ancora e mi chiede il processo cautelare uniforme, riforma del ‘90 modificata nel 2005 che introduce il principio di strumentalità del merito. Glielo dico pensando che quest’esame sembra non finire mai. Lui scribacchia qualcosa su un foglietto e me lo porge: 25. Mi ritrovo ad annuire senza nemmeno accorgermene, lui mi guarda di nuovo serio e funereo e mi dice di accomodarmi dalla collega per verbalizzare. Lo saluto, mi viene da stringergli la mano ma è così rigido e severo che ho paura di fare una figuraccia porgendo un palmo che rimarrà vuoto. Così mi dirigo a verbalizzare. Il sangue scorre di nuovo nel mio corpo e mi ritrovo con un sordo dolore alla bocca dello stomaco: la tensione si sta sciogliendo. Mentre scrivono penso che ce l’ho fatta, sento che le membra si riscaldano e si rilassano, sento un palloncino gonfio d’acqua che mi esplode dentro e mi irradia tutta. Do un’occhiata al registro mentre verbalizzano il mio esame: 25, 26, 25, 26, 25, 25, 25. Il mio rammarico nel non aver preso di più si attenua: pare che più del 26 non vadano, a parte un 30 solitario che troneggia in una casella sbiadita. Esco, la mia amica mi guarda un po’ contenta un po’ invidiosa, vuole i miei appunti e glieli lascio. Per strada corro, ho voglia di gridare: l’idea che 25 non sia un votone ancora mi infastidisce ma ho preparato l’esame in 8 giorni, lavoricchiando, un esame da 15 crediti, con uno che sembrava un becchino e che mi ha fatto ottanta domande e in una commissione dove più del 26 non si va a parte che tu non gli ripeta pappagallescamente il libro. E soprattutto, penso che ora mi mancano solo 3 esami, solo 3, pesanti certo ma solo 3.

Penso che la vita è buffa: il mio primo esame dei miei 25 anni fu diritto civile, l’ultimo dei miei 25 anni è stato diritto processuale civile e ho preso 25. Martedì sarà il mio compleanno, mai da quando ho cominciato l’università mi sono sentita più soddisfatta di me stessa e delle mie possibilità. Il mio cervello è salito di dieci punti nella mia classifica personale così come il mio corpo in generale: fino a quando dovevo fare l’esame ha fatto il bravo, non ha richiesto cibo né acqua né mi ha fatto male nulla. Appena dato l’esame, appena alzata da quella sedia, me l’ha fatte scontare tutte: sete da cammello, dolore sordo allo stomaco, gambe pesanti, testa dolente. Ma in ogni caso, dieci punti anche a lui. Posso fidarmi di loro in situazioni di emergenza, non mi abbandoneranno. Ora lo so. 😀

Con questo esame ho finito la rosa del civile. Non devo più fare esami di civile, posso dargli degna sepoltura. E’ tutto così incredibilmente bello che ancora non ci credo. Ho paura che qualcuno possa venire e dirmi: “No guarda, hai sbagliato a fare i conti, te ne manca ancora uno”.

…Speriamo che questa sensazione passi presto.

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6 thoughts on “Another story

  1. Beautifully written.

    “the sin of presumption peace”

    “In just eight days? How did you…” And I said…”I am a suicide bomber”

    “I feel like a balloon swollen with water that explodes inside me and radiates”

    Really good writing. I can sense how this post flows quickly from thought to written word. This is something I can easily sense in your words. If you fail in civil law, you could write very well a book of your choosing. Your talent is a gift to have as a back-up plan. Keep writing moments like this. The twist and turns of life’s challenges can be in your favor with the way you express it. This one was extra special living riddled with good details of the stress. It was calming to read about your misery and I mean that in a good way. 🙂

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    1. Thank you Ben, your words make me happy because often I think that my business don’t affect my “readers”, instead you have encouraged me to write about my life… telling me I wrote really good is for me one of the best compliments you can do to me. 🙂

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  2. Congratulazioni!!! Sono felicissima per te, io ho ancora uno “scheletro” da dare, mentre gli altri due sono più soft… per cui, prendo coraggio come hai fatto tu e, nonostante la stanchezza, il lavoro di 8 ore al giorno che mi ammazza ecc… ci provo!
    Grazie per l’ispirazione.

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    1. Grazie mille! 😀

      Sai credo che più che l’esame in se quello che frega è proprio la paura di non farcela, se uno comincia a farsi mille pippe mentali sul fatto che l’esame sia troppo grosso o che il professore è troppo stronzo o che gli altri sono troppo raccomandati poi alla fine non si prova perché ci si lascia condizionare. Tu ce la puoi fare e sei anche più brava di me perché il tuo lavoro è di otto ore al giorno, i miei posso gestirmeli quando voglio e comunque più di due ore non mi prendono… dai dai! 😛

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