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Calzedonia ne ha inventata un'altra: il leggins e le calze push-up. 

E' fenomeno rispauto che inserire la parola composta push-up accanto a qualasiasi altro lemma ne esalta il valore stesso e provoca in contemporanea la rotazione del collo nonché il drizzare delle orecchie  di milioni di donne. Lo so perché lo faccio anche io, specie quando si parla di posteriori (come in questo caso).

Ad ogni modo, dopo aver effettuato la rotazione del collo e drizzato le orecchie, la mia infatuazione si è velocemente dissipata pensando alle tre regole fondamentali dei leggins: la seconda sancisce infatti il loro abbinamento ad un top lungo, ad una maxi maglia, ad un maxi pull o ad un abitino corto, di quelli chiamati giropassera o in altri epiteti simili e che, se indossati con una calza normale o a gamba nuda farebbe sembrare la più casta delle ragazze una ragazzuola esuberante nei confronti dell'altro sesso. Quindi, mi sono chiesta, a che pro farli push- up? A che pro alzare un posteriore se poi va coperto? Alla modica cifra di 25,90 € poi?

Probabilmente, ho conchiuso, sono una sorta di mutandone della nonna, di quelli che vanno portati sotto tessuti impietosi che sembrano indicare le rotondità in eccesso ridendo alla Nelson dei Simpson, o almeno è questo quello che spero avessero in mente quelli della Calzedonia, altrimenti l'unica possibilità che rimarrebbe sarebbe il malsano piano di conquistare il mondo da parte di questi ultimi con lo spingere e consigliare inconsciamente alle donne di portarli alla stregua di pantaloni, e Dio sa quanto possa essere dannoso alla popolarità delle signorine in questione farlo.

Giusto appunto ieri ho visto una che aveva i leggins ed una maglietta aderente che le arrivava alla vita, giusto Cielo le stavano bene eh, aveva un paio di gambine alla Bambi che personalmente le ho invidiato, ma ecco che, magicamente, appena si è girata lo sfacelo: un par di mutande bianche facevano capolino attraverso il tessuto sottile e striminzito del leggins e peggio è stato quando la signorina si è chinata a 90° per raccogliere un qualcosa che le era caduto. Mi sembrava di vedere la scena del Mostro, quando Benigni esce dal bar e si ritrova davanti il sedere della tizia con le labbra gonfiate a canotto che fa finta di raccogliere la verdura. Anzi, peggio, almeno lei i leggins li aveva bianchi come le mutande e si notava solo l'elastico, questa qui invece i leggins li aveva marroni e le mutande si vedevano in tutto il suo splendore. 

Nella pubblicità la signorina coscialunga li porta senza niente che le copra il sedere ma è una ballerina e si sa che ai ballerini tutto è permesso (basta buttare un occhio su cosa lascia intendere la calzamaglia dei ballerini maschi per capire). 

Ma noi che ballerini non siamo? Accidenti. E poi che diamine, i leggins sono delle calze dopotutto, voi uscireste mai con solo le calze, senza la gonna? 

Comunque mi sono innamorata di un canale You Tube, tale Francesca Sugar Art e della sua dolcissima proprietaria, tale Francesca, residente da 12 anni in Inghilterra. L'ho scoperta ieri mentre cercavo la ricetta dei cupcakes (sappiate che non ne ho mai mangiato uno in vita mia, come i muffins, i macarons, i pancakes e lo sciroppo d'acero) e oltre ad avermi convinta a prepararne un po' mi ha fatto sorridere come non mai, è di una tenerezza unica ed è come ho sempre immaginato che fosse una cuoca. E poi è bravissima, vi consiglio il suo canale se avete voglia di pasticciare un po' in cucina!

Cosa centra tutto questo con i leggins Calzedonia? Che dovrò comprarmeli davvero se mi metto a fare tutte le sue ricette… almeno per sostegno psicologico.

Senza parole.

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Domani ci saranno i funerali di Marco Simoncelli. 

Io conosco poco Marco Simoncelli, l'avevo incontrato quest'estate al mare, lo stesso giorno in cui venni assalita da mille moscini inviperiti. Nel giornale comprato da S. c'era Sport Week e non avendo di meglio da leggere mi misi a sfogliarlo. Tra tutti gli articoli mi colpì il suo: quella testa riccioluta, quel servizio fotografico in cui era angelo e diavolo, quell'aria (e parole) strafottenti. E mi fu subito simpatico. Così, a pelle. 

Di Marco Simoncelli non ho più sentito parlare fino a domenica mattina. Ero al centro commerciale insieme a mia madre e mio fratello, che doveva comprarsi un paio di scarpe per l'inverno, ed io e lei eravamo sedute al bar a prendere un caffè mentre lui era al bancone a chiedere una pizzetta. Vedo che ascolta attentamente un tizio in piedi accanto a lui che parla col barista,vedo che torna al tavolino e ci annuncia la notizia. 

E mi dispiace. A me dispiace, anche se non ero una sua fan, anche se ne ho sentito parlare due volte in vita mia, anche se. Non posso dispiacermi? Mi fanno rabbia quelle persone che, in questi giorni, criticano le altre persone come me che si dispiacciono, che sentenziano dando precise istruzioni su cosa e su chi provare dispiacere, che dall'alto della loro cattedra spiegano il modo in cui doverlo fare e su quali social network doverlo condividere. E mi fanno rabbia quelle persone che giudicano questi sentimenti ipocriti perché noi gente comune ci dispiacciamo per uno sportivo famoso e non per i terremotati della Turchia o per gli alluvionati di Aulla o per altre cose "più importanti".

Ecco, a me queste persone fanno rabbia. Allo stesso modo degli sciacalli che importunano i genitori e le persone amate del Sic, che gli chiedono come stanno, cosa vorrebbero dirgli. Perché per me queste persone sono identiche a loro, degli sciacalli, che invece che seminare buonismo e pietà precipitandosi sul morto ancora caldo seminano arroganza e stupidità volendo sembrare superiori e insensibili di fronte alla morte di un ragazzo di 24 anni. Che se la sia cercata o che avesse dovuto metterlo in conto, a me non interessa. E' pur sempre morto un ragazzo di 24 anni.

Io e Luna.

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In questi giorni mi sento un po’ giù, o meglio, mi sento annoiata, svuotata, mi sembra che tutto ciò che faccio sia inutile.

La solita routine, i soliti amici del weekend, l’essere costretta a studiare a casa vista l’impossibilità di seguire le lezioni (e sì che ce l’avevo messa tutta per non passare tutti i giorni tra le quattro mura della mia cameretta) il fidanzato lontano con la sua vita mi avevano buttato giù. E’ vero che avevo anche da fare (leggere 4-5 libri per la tesi, scriverla, andare a salutare la zia di S. che è venuta qui, sbrigare le solite faccende etc etc) ma nei momenti vuoti la sensazione di noia e inutilità del mio fare quotidiano mi assaliva. E, cosa strana, mi sembrava di avere sempre così poco tempo quando invece ora mi accorgo che di tempo ne avevo a sufficienza per far tutto. Così, dopo essere rimasta a letto per tre giorni di fila fino alle dieci e mezzo guardando “Una Mamma per Amica” ho deciso che vegetare sotto le coperte non avrebbe spazzato via l’apatia depressa e ho deciso di uscire, godermi la mia stagione preferita, l’autunno. 

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