Il billo della vita.

Venerdì, quando ho aperto l’armadio, non avrei certo immaginato di dover vestire i panni della lettrice. Eppure…

E’ successo tutto in fretta e tutto per caso, come nelle migliori famiglie: in mattinata mi reco in biblioteca alla ricerca di alcuni libri per la tesi. Mentre sono lì che aspetto arriva trafelata la signora B. che annuncia con fare fintamente dispiaciuto che  non può venire a leggere alcuni estratti del libro che viene presentato nel pomeriggio per l’incontro letterario del “the in biblioteca” a causa di una visita dermatologica di cui è venuta a conoscenza solo in quel momento. Rossetto e capelli sono dello stesso colore, come va di moda tra i cattivi Disney. Così dopo aver assistito ad un tre quarti d’ora di disperata ricerca di una sostituta/o da parte della bibliotecaria timidamente mi propongo. In realtà ero molto insicura (come sempre) ma mi sono detta che non facevo niente di male e, magari, la cosa poteva essere simpatica: d’altra parte mi è sempre piaciuto leggere a voce alta. 

Così mi faccio avanti: dico che se vado bene e se tutte le altre lettrici sono d’accordo mi tengano pure presente e la bibliotecaria, fuori dal locale, sigaretta in mano, soffia via con fare soddisfatto una nuvola di fumo e mi dice che va più che bene ed anzi è anche meglio, “Così c’è una giovane che partecipa ché di solito sono sempre le solite signore mature“. Mi richiamerà appena è sicura per darmi la conferma e mi chiede di presentarmi alle quattro, un’ora prima che cominci la presentazione, per fare le prove. Giusto il tempo di togliermi la giacca e ricevo una chiamata al telefono la quale mi annuncia la decisione del popolo sovrano, sempre se io sono d’accordo. Ché non si sa mai: magari in dieci minuti ho cambiato di già idea. Ma io sono una persona costante e se dico una cosa la faccio, per cui mi dichiaro più che disponibile.

Alle quattro mi reco, sotto una pioggia battente, in biblioteca, ignorando l’ansia da prestazione che a volte cerca di prendermi la gola ricordandomi che devo leggere di fronte ad un numero di persone superiori a due e tutte rigorosamente diverse da mio fratello. Le altre lettrici mi fanno accomodare e leggere il pezzo che hanno già deciso per me. “Vediamo come vai” mi dicono. Non so perché ma ho come la sensazione di essere di fronte a qualche domanda tranello stile Mike Buongiorno et similia. E non so perché ma quei sorrisi mi sembrano affettati e un po’ finti, forse perché non credono che io m’immedesimi nei personaggi e legga interpretando il testo. Ma forse sono solo io che mi faccio mille film e, incurante di tutto, comincio la lettura. Proseguo fino alla fine senza essere mai interrotta, proprio sul finale sento il cuore in gola (chissà perché poi) e quando arrivo al punto mi fermo. Le altre si prodigano in complimenti che a me paiono sinceri e mi assegnano altri due pezzi da leggere.

Arriva il gran momento e leggo i miei tre pezzi secondo la scaletta prefissata. Grandi applausi, grandi complimenti, vengo prenotata per la volta successiva etc etc. Tutte cose che io, come sempre, prendo all’acqua di rose, nel senso che prendo sempre tutti i complimenti come un gentile rituale di circostanza, ché si sa che io non mi voglio mai bene (cit.)

L’incontro e lo scambio di parole più importanti però è quella con l’autrice; una cosina piccola e rotonda che saltella qua e là come una pallina da tennis. E’ vivace e chiacchierina ed ha il cervello fino, appuntato con il temperamatite. La trovo veloce di lingua e di mente, è intelligente e non si vergogna a farlo vedere. Mi stringe la mano e mi bacia le guance chiedendomi chi sia e lei si meraviglia: conosce mamma, è quella signora sempre così gentile che ha il negozio in piazza, ma non sapeva che avesse una figlia. Così ci salutiamo per poi reincontrarci il giorno dopo, sotto forma di gentile omaggio: ha pregato mamma di consegnarmi una copia del suo libro perché è rimasta così contenta della  mia perfomance che ha voluto donarmelo. Ed io le sono grata, perché dopo averne letto tre pezzi interi mi sono incuriosita e ritrovata.

In quel libro infatti, molte cose sono mie. A dispetto della lontananza che separa me e quella donna come età, ambiente di vita, esperienze, maturazione, io mi sono sentita dal suo scritto capita e descritta. Le paturnie, il senso di insoddisfazione, il sentirsi sempre perennemente in colpa per tutto, il volersi migliorare, il voler fare qualcosa ma non volerlo fare, il parlare con un animale domestico, le opinioni sugli uomini, le paure, il non saper o voler rispondere alle persone se non dentro sé stessi, e via dicendo.

Quel narrare fluido e colloquiale, maremmano al cento per cento, con quelle parole coltivate e raccolte dalla stessa terra su cui ora poggio i piedi, mi hanno fatto sentire partecipe della sua vita. Mi hanno coinvolta e fatta sentire meno sola. E, come me, credo che tutte le donne presenti abbiano avuto la stessa sensazione.

Dunque a questo punto una riflessione è d’obbligo. Se io non fossi andata in biblioteca proprio verso mezzogiorno, non avrei preso il posto della lettrice golfista e mi sarei persa scrittrice, possibilità, incontro e libro. Devo perciò ringraziare la signora B. e la sua visita dermatologica dell’ultimo minuto? Direi di no. La signora B. è meritevole, certo, ma non quanto la tesi. Che poi si sa che sono abituata ad andare a monte delle cose. Al picco più alto, proprio. Sicché.

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