Di un “colloquio di lavoro”

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Voglio raccontare un episodio a cui ho preso parte recentemente; forse può essere d’aiuto ad altre persone che cercano informazioni di questo tipo in rete.

Qualche tempo fa mi contatta una società di assicurazioni, la quale mi chiede se voglio sostenere “un colloquio di lavoro” con loro. Precisa che hanno ricevuto il mio curriculum vitae (anche se io non gliel’ho mai mandato) e che l’accettazione da parte mia del lavoro propostomi potrà portare poi ad un contratto di lavoro a tempo indeterminato. Un po’ titubante (più che altro, non mi tornava il fatto del curriculum: come hanno fatto a procurarselo?) dico che sì, voglio provare ad andare al colloquio, tanto non ho niente da perdere (eccetto il tempo) nel sentire cosa vogliono.

Mi reco alla sede dell’assicurazione. Suono il campanello e nessuno risponde. <<Bene>> penso <<si comincia bene.>> Il portoncino è aperto, quindi salgo le scale e busso alla porta. Mi accoglie la segretaria che mi fa accomodare in una piccola sala riunioni e mi dice di aspettare lì. Dopo circa dieci minuti si affaccia un’altra donna, che mi domanda se ho chiesto a qualcuno. Poi se ne va. Dopo altri dieci minuti (e siamo già a venti) appare un tizio in giacca e cravatta, dall’aspetto curato, che si presenta e mi porge un modulo da compilare. Una volta fatto, mi dice, faremo una chiacchierata. Do una rapida occhiata al modulo: sopra c’è scritto “profilo del candidato” e, in fondo, “consenso al trattamento dei dati personali”, così come vuole la prassi. Spontanea mi sorge la domanda: candidato a cosa? Non so neanche a cosa vogliono farmi candidare, non so che posizione assumerò se accetto, e il consenso al trattamento dei dati personali non mi permette di riavere indietro il modulo una volta compilato. E se poi, dopo la chiacchierata, decido che quello che mi propongono non mi sta bene, il modulo che fine fa? Così chiedo al tizio in giacca e cravatta se la compilazione del modulo mi comporta qualche impegno, se ha delle conseguenze.

Questi si irrigidisce. Con aria beffarda mi chiede se pensavo stessi cadendo in una truffa, e che, se non ero venuta per avere un lavoro, potevo anche andarmene. Gli ho risposto dicendo che ero interessata a sapere cosa volevano da me, dato che al telefono non mi avevano dato alcuna anticipazione, e che non potevo certo compilare un modulo senza conoscere neanche a cosa mi stavo candidando. Insomma, nel mio mondo, l’ordine naturale delle cose è che PRIMA si parla, si propone, si offre, POI si compilano i moduli, SE si è interessati al lavoro proposto. Non il contrario. Mi stringe la mano è mi dice che gli ha fatto piacere conoscermi ma che questo non è il lavoro per me, io gli rispondo che sono d’accordo e gli auguro buona giornata.

Ora mi chiedo. Non so se tutte le assicurazioni hanno questo modo di fare, se questa è la politica di quella che mi ha contattato o se ho beccato l’unico tale della società con questo atteggiamento, ma so che questo non è il mio modo di trattare. Io sono una persona, non della carne da macello. Devo conoscere i dettagli, prima di compilare, firmare, dare il consenso e mandare quello che sono in pasto ad una banda di medici legali. Lì si parla di me. Di quello che sono. Si parla di un essere umano. E’ una questione di principio.

E poi.

Non ho gettato via il modulo dicendo: <<No, io questo non te lo compilo perché penso sia una truffa>> né tantomeno pensavo che lo fosse: non sono così provinciale da credere che ogni firma mi obblighi a comprare una partita di frigoriferi o cose del genere. Ho semplicemente chiesto, non in modo aggressivo, se la compilazione del modulo comportava un impegno da parte mia, se aveva delle conseguenze: conseguenze che potevano semplicemente consistere nella registrazione dei miei dati nel database della società. Non posso fare a meno di pensare che la chiusura e la prepotenza con le quali il tale in giacca e cravatta ha reagito fossero dettate da malafede: che male ci sarebbe stato a dirmi cosa portava la compilazione del modulo? In cosa consisteva il lavoro che volevano offrirmi? Cosa ci voleva a far prima la chiacchierata e poi, forse, compilare il modulo? Perché ha subito pensato che credevo fosse una truffa? Era forse convinto che la giacca e la cravatta mi avrebbero impressionato, come il cilindro di Eduardo de Filippo? Io di uomini in giacca e cravatta ne vedo tutti i giorni, e sotto questo punto di vista non posso che apprezzare il mio praticantato. In termini monetari non guadagno un cavolo, rimettendoci solo il costo del viaggio e dei libri, ma grazie a questo episodio ho avuto l’esempio concreto di quanto l’esperienza possa portare qualche vantaggio, se non altro quella di difendere i propri principi personali senza agitarsi e andare nel pallone.

E’ proprio vero: tutto serve, anche le cose che non sembrano utili.

Downton Abbey

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Mai un telefilm mi aveva preso così tanto.

Nemmeno Desperate Housewives.

Credo mi piaccia così tanto non solo per l’epoca in cui è ambientato (e, conseguentemente, per i costumi, le ambientazioni e i balli meravigliosi che ci sono) ma anche perché le puntate previste per ogni stagione sono decisamente poche, rispetto ad un telefilm ordinario (solo nove, in media) quindi ognuna di loro è significativa e meritevole di visione, non come le venti/trenta puntate di una serie dove si allunga il brodo soltanto per ottenere il totale complessivo di dieci ore – vedi, tra le altre cose, l’adattamento cinematografico dello Hobbit – a discapito della storia. E’ come per i libri: sembra che più siano lunghi, più siano belli, quando poi capolavori come “Il Grande Gatsby” contano solamente duecento pagine.

Comunque. Era da un po’ che non immaginavo di correre in aiuto di un personaggio in un telefilm, come facevo quando ero piccola coi cartoni animati; ieri invece mi sono ritrovata a immaginare me stessa armata di padella stordire un certo personaggio che fa una certa cosa.

A dire il vero, tutto questo mi spaventa un po’: e se mi fossi lasciata trasportare troppo?

Riflessioni sparse

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Ogni volta che sento di qualcuno che ha superato l’esame di Stato per accedere a qualche professione, mi sembra che abbia raggiunto uno stato di grazia invidiabile e non posso fare a meno di pensare, tra me e me: <<Beato/a lui/lei>>.

Non importa se la professione in questione è tester di deodoranti o altro, solo il fatto che abbia superato l’esame di Stato lo fa diventare, ai miei occhi, una specie di supereroe.

Prendiamo l’altro giorno, per esempio. Mi si dice che un ragazzo giovane, di 23 anni, ha appena superato l’esame di Stato ed è diventato geometra. Il mio primo pensiero è stato: <<Beato lui>> il secondo <<Accidenti, 23 anni? Così giovane? Com’è possibile? Come ha fatto?>> realizzando poi, subito dopo, che i geometri non hanno bisogno di frequentare l’università per diventare tali, e che è assai plausibile che a 23 anni uno diventi geometra.

Anche qui, per esempio, trovo ingiusto che io possa accedere all’esame di Stato per l’abilitazione alle professioni forensi soltanto dopo aver frequentato l’università e gli studenti che hanno frequentato scuole superiori tecniche possano farlo freschi di diploma. Ingiusto è una parolona, lo so bene: le scuole tecniche sono pensate per preparare al lavoro, e non all’università, ma ogni volta che vedo questi giovinotti di 19 anni fare il praticantato non posso fare a meno di confrontarli con me, più vecchia di loro di 9 anni, a loro pari.

A volte penso che le mie scelte sono state quasi tutte sbagliate, a partire dalla scuola superiore. Se avessi scelto un professionale forse a quest’ora sarei già fuori di casa, indipendente e con un lavoro dignitoso.

Invece sono qui, a 28 anni suonati, a lagnarmi su un blog come tanti senza aver fatto passi in avanti in termini di indipendenza. Dieci anni dopo il diploma di maturità sono sempre a casa dei miei e sempre nel solito paesino, mentre invece, a 18 anni, mi immaginavo in una qualche grande città – Firenze in primis – a lavorare in ufficio con un tailleurino leggermente gessato ed una 24 ore o simili nella mano.

Oggi sono un po’ così.

Sarà la primavera che avanza.