Scritti, Stati
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Doppelgänger Alert

Doppelgänger Alert. Era bastato il fatto che T. mi avesse invitata a casa sua per insospettirmi. Io e lei ci conoscevamo, è vero, ma non potevamo definirci amiche, e la richiesta di “andare a vedere casa nuova” mi sembrò alquanto strana. Mi aveva incontrato per strada, e, nonostante la notevole abilità conquistata nel corso degli anni di schivare i conoscenti incrociati lungo il cammino, mi si era fatta incontro, agitando le braccia e sorridendo fino alle orecchie. Dopo i primi convenevoli del caso, dopo le solite, banali domande e le grandi pacche sulle spalle, T. mi indicò una serie di finestre al primo piano del palazzo davanti al quale avevo avuto la sciagurata idea di passare quel pomeriggio e, tutta orgogliosa, mettendosi una mano sul petto, mi disse che aveva appena affittato un’appartamento. Praticamente trascinandomi, mi invitò dunque nella sua nuova casa, insistendo perché le dessi un parere su come l’aveva arredata.

<<Che le importerà del mio parere, poi>> dicevo tra me e me mentre T. continuava a parlare, imperterrita, dei suoi fatti e mazzi personali. Nel frattempo osservavo come T. fosse rimasta sostanzialmente identica alla T. che avevo conosciuto, molti anni prima, al liceo: stessi capelli biondi, stessi occhi azzurri, stretti e con qualcosa di sinistro, stesse labbra sottili e rosa chiaro, stesso fisico da vespa: prima di reggiseno, vita sottile e sedere sporgente, molto pronunciato, messo in risalto dai pantaloni di velluto rosso che aveva deciso di indossare quel giorno.

Continuando ad artigliarmi il braccio con le sue unghie lunghe ed appuntite, ricoperte da un sottile strato di smalto trasparente (anche in questo non era cambiata) mi fece varcare la soglia di “casa sua”.  Le virgolette sono d’obbligo, perché la casa in questione sembrava la mia: non solo i mobili, ma anche la disposizione delle stanze era la stessa. Le bambole di porcellana, i quadri con i papiri egiziani, il vaso con le rose dipinte, i centrini: tutto era identico a casa mia. Ero a metà tra l’incredulo, lo spaventato e l’arrabbiato, tre sentimenti quasi impossibili da contenere entro una faccia impassibile e modi cortesi. <<Allora, ti piace?>> trillò T. al mio fianco. <<Sicuro, è casa mia. E’ uno scherzo o cosa?>> risposi io di rimando, decisamente infastidita. <<Ma no, non è uno scherzo. Ero convinta di farti piacere ricreando un ambiente a te familiare. Non ti piace, amore mio? Oggi comincia al nostra nuova vita insieme…>> <<Chiedo scusa?>> Ora la mia faccia era paonazza, potevo sentire il sangue che affluiva alle guance, le sopracciglia che si inarcavano, l’irritazione montare dentro, i muscoli guizzare sotto la pelle, pronti all’azione. Annusavo un vago odore di pericolo, e mi preparavo alla lotta. L’istinto animale sopito si era risvegliato. E pronto a tutto. <<Ma sì… vieni qui, dammi un bacio… inauguriamo casa nuova…>> Spinsi via T. con tutta la forza che avevo in corpo e, grazie all’adrenalina che scorreva nelle vene, corsi via, feci le scale quattro a quattro, correndo a più non posso, e solo dopo che fui a casa mia, la mia vera casa, mi concedetti un attimo per respirare. Avevo sognato? Era successo davvero? Ed ora, come si sarebbero svolti gli eventi? Cosa avrei dovuto fare? Chiamare la polizia, il manicomio, Batman? Non sapevo davvero che pesci prendere. Scostai le tende della finestra e T. un brivido mi corse lungo la schiena: T. era lì. E mi sorrideva con le sue labbra sinistre.

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