Lezioni

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Oggi al lavoro è stata una giornata faticosa. Complice il condizionatore rotto e i 34 gradi raggiunti all’interno della stanza, selezionare fascicoli e stilare elenchi è stato più faticoso del solito, soprattutto perché avevo abbondantemente superato le ore previste dal mio contratto di lavoro.

Dovevo però necessariamente finire oggi pomeriggio il lavoro assegnatomi, dato che avevamo una scadenza urgente per domani, così stavo cercando di finire il tutto alla massima velocità possibile, senza soffermarmi a pensare a cosa stessi facendo, ma lavorando meccanicamente.

Mentre il funzionario stava andando via, ha chiesto ad una mia collega di aiutarmi.

Ora, solitamente non mi piace essere aiutata, preferisco fare tutto da sola senza coinvolgere gli altri, così quando lui ha chiamato questa persona per darmi una mano ho risposto come sempre, e cioè: “No, no, grazie, non importa!”. Ma lei è venuta ugualmente, e mi ha davvero aiutato. Ho finito molto prima di quanto avessi fatto se avessi agito da sola, e questo grazie anche alla sua freschezza (lei era appena arrivata) che, cozzando contro la mia spossatezza, è riuscita a distribuire il lavoro più intelligentemente di quanto stessi facendo io, finendo per organizzare al meglio la situazione e finire più in fretta.

Ed io ho imparato una lezione. Banale e vecchia come il mondo. Non sempre è bene lavorare da soli. A volte l’unione fa davvero la forza.

Come volevasi dimostrare

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Aver superato l’esame scritto di avvocato mi ha dato una soddisfazione immensa. Quasi non ci credevo, avevo paura di aver letto male, così come mi aspettavo, nei giorni seguenti, che mi mandassero una mail con scritto: “Ci scusi, ci siamo sbagliati, lei non è stata ammessa”.

Dopo i primi giorni di euforia – accompagnati, in ogni caso, da una seria consapevolezza di dover studiare come una Giacomo Leopardi qualsiasi – ha cominciato a farsi strada in me un senso di ansia pungente e persistente, tale da far ritornare i miei vecchi, vecchissimi incubi, e di farmi vivere spinta solo dall’energia nervosa.

Ieri, dopo che mi ero detta di smetterla, ché non ho più 19 anni né sto affrontando il primo esame della mia vita, arriva la mail della Corte d’Appello che mi comunica la data del mio orale. E, improvvisamente, mi sento meglio. So che dovrò studiare sodo, so che certo non mi ha facilitato le cose, ma adesso sono più tranquilla: posso organizzarmi, ho dei limiti di tempo ben definiti e non mi sento più di vagare come una cieca in giro per la stanza, errabonda tra le pagine (diverse pagine) da studiare. Posso rendermi conto meglio di come organizzare il lavoro, sia quello nel mondo esterno che quello della mia cameretta, e posso fare la famosa “conta delle pagine” in modo realistico e funzionale.

Insomma, in accordo al segno di terra che sono, conoscere le variabili e programmare di conseguenza il lavoro mi ha improvvisamente tranquillizzata. Era questa la spina che mi doleva: stupidamente, non l’ho capito, dando la colpa alla solita ansia di esame. Ora che l’ho tolta sto molto meglio, sebbene sia comunque cosciente della mole di studio da affrontare.

Su Chiara Ferragni

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“Conosco” Chiara Ferragni dal novembre 2010, da quando aprì il suo blog, “The Blonde Salad”. Ho cominciato a seguirla più per leggere i suoi post che per guardare i suoi outfits, l’ho vista crescere piano piano fino ad arrivare sugli schermi televisivi. Ogni mattina leggevo i suoi post, condividevo con lei le ansie durante la preparazione di un esame, cercavo di immaginare il sapore di un macaron e come doveva essere Chicago o New York.

Poi ho smesso poco a poco di seguirla, fino ad arrivare ad oggi. Non vado più a visitare il suo blog come facevo in passato; punto primo perché non ho più il tempo che avevo allora, punto secondo perché non mi piace più cos’è diventato il suo spazio: non è più un blog nel quale racconta le sue giornate, ma un magazine di moda e di lookbook giornalieri senza testo. Mi rendo conto che questa “evoluzione” era necessaria, ma, persa la caratteristica principale che mi aveva spinto a seguirla – il “fare blog” –  ho perso anche l’interesse a visitarla tutti i giorni, anche perché quei pochi post che scrive probabilmente non li scrive lei e perché quel sito è confusionario e dispersivo, dunque di difficile consultazione.

Ciononostante, ogni volta che la vedo in televisione o sui giornali non posso fare a meno di sorridere lievemente. Certo, Chiara sarà arrivata dove si trova perché è stata aiutata, i suoi abbinamenti sono improponibili, le sue scarpe pure, sarà arrogante, insopportabile, avrà i capelli secchi, il suo successo sarà immotivato, però è comunque “una di noi”, una che ha aperto il suo spazio perché aveva qualcosa da dire, da condividere, da mostrare. Chiara era una blogger che scriveva delle sue giornate, degli esami all’università, dei viaggi col fidanzato, esattamente come facevamo noi. E’ da questo senso di appartenenza, seppur sottile, che nasce il mio sorriso. Sono contenta che ce l’abbia fatta.

Certo la preferivo prima, ma, come si dice? C’est la vie.