Come cambiare la tua vita con un reggiseno.

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Dopo la quattordicesima volta in una mattina che vedo sempre la solita pubblicità, questo post è partito da solo. Avete presente quei messaggi che nei film di 007 dicono “Questo messaggio si autodistruggerà in 10 secondi?” Ecco, si vede che anche io avevo un tempo massimo che non conoscevo scaduto il quale partono automaticamente i post.

La pubblicità in questione è quella del reggiseno miracoloso che sostiene, modella, divide la destra dalla sinistra, attira le masse etc etc e che, attenzione attenzione, è un accessorio alla moda con cui far impazzire il tuo uomo (parole loro).

Ora, pare sia vero che più uno si veste male e più è considerato un fashion guru ma sinceramente vedere quel coso nero che esce dalla scollatura del vestito non mi sembra proprio di gran moda.

E’ di un brutto mai visto. Che poi, i maramaldi, per confermare il fatto che ingrifi il maschio alfa di turno, lo sminestrano anche in camera da letto. Con una vestaglietta viola glicine che scivola maliziosamente lungo le braccia della tipa sorridente, bionda e che trattiene il fiato per tenere in dentro la pancia.

Ma dato che questo ammenicolo è lo strumento della rivoluzione femminile lo fanno indossare anche a una tizia occupatissima a far finta di parlare al telefono, ché non si sa mai, le scappasse una tetta di fori o si vedesse il rotolo di ciccia sotto l’ascella mentre è in riunione. Non è secsi.

Insomma, riassumendo, se compri cotesto affare automaticamente sei:

  • alla moda
  • secsi
  • indipendente
  • fai impazzire il tuo uomo
  • una donna in carriera
E, sopratuttuttamente, partecipi alla rivoluzione femminile. Ché senza non si può, mi dispiace, ci vuole il biglietto d’ingresso. Non indossi l’orribile reggiseno? Allora niente, raus, filare. Qui non puoi entrare (cit).

 

Che poi, rivoluzione femminile. L’ennesimo episodio in cui questo termine viene sfruttato barbaramente per loschi scopi commerciali e/o di propaganda. Non è che se io metto un reggiseno carino coi pizzi, i fiorellini o anche semplicissimo ma dalla bella forma anziché uno orrendamente brutto sia maschiodipendente neh. Ho semplicemente gusto. Una donna è maschiodipendente quando invece di comprarsi un reggiseno a pizzi e merletti perché le piace se ne compra uno che le fa schifo per nascondere i rotolini di pelle in eccesso sotto le braccia, spinta dalla paura che altrimenti non piaccia più al marito. E’ tutto lì il discorso. Indipendenza è un concetto che include indissolubilmente libertà. E la libertà è quella che ti permette di mettere quello che cavolo ti pare senza aver paura di essere giudicata/respinta/presa in giro/abbandonata per un’altra. E anche scegliere di fare sesso come cavolo ti pare senza che qualcuna scriva un libro dicendoti qual è il modo giusto per farlo, perché in fondo il messaggio che arriva è questo qui, anche se afferma il contrario. Almeno, quello che è arrivato a me. E tutti abbiamo capito di chi sto parlando, dato che attacco il pippone ogni volta che ne sento solo il nome. (E S. lo sa bene).

A volte mi sembra che vogliamo per forza che qualcuno ci dica come fare, cosa dire, come comportarci, che qualcuno, insomma, ci dia delle istruzioni per l’uso perché altrimenti non andiamo bene così come siamo. Che vogliamo NOI essere dipendenti da qualcuno o qualcosa perché altrimenti non siamo apprezzate e amate.

Gli uomini ci superano in questo: non hanno paura dei loro difetti e non si fanno tutti i film che ci facciamo noi. Di conseguenza, non ci sono sciacalli che ne approfittano. Insomma, chi ha mai visto una pubblicità di conchiglie per sollevare il pacco? Una panciera per appiattire il buzzo? Un detergente intimo per i pruriti? Pare che solo le donne abbiano questo problema quando poi quelli che se lo grattano in pubblico sono solo gli uomini. Poi qui il discorso si complicherebbe, perché entrerebbe in gioco la società maschilista e la donna schiava di un’immagine secolare etc etc, ma questa, come si dice, è un’altra storia.

Mi sono stancata

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Sì, mi sono stancata. Così ho eliminato tutti quei blog e quegli utenti di Instagram che seguivo per inerzia, non perché mi piacessero sul serio o mi comunicassero qualcosa ma solo perché mi riempivano la timeline (se si può chiamare così) dati i loro millemila post/foto al secondo. Insomma, basta. Più qualità e meno quantità, please. Così, per prima cosa, ho fatto fuori tutte le fashion blogger che seguivo eccetto Laura di Purses and I e Kristina Bazan di Kayture, e con stupore mi sono accorta che la mia home di Instagram non è affatto vuota come immaginavo ma mi piace di più, senza i commenti tutti uguali dei fan e gli strafalcioni arti-linguistici. Insomma, sono contenta di aver recuperato parte della mia antica filosofia di vita: "Se ti danno solo fastidio e puoi, eliminali". Forse tutto questo caldo non è venuto solo per nuocere.

D'altronde, come diceva Caparezza:

Trovo molto interessante… La mia parte intollerante…

Insta… words?

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Ci sarebbero tante cose da dire e da raccontare, da come ho ricoverato uno dei miei “gattini di campagna” a casa mia che stava male perché debilitato dal troppo caldo, di come io e mio fratello ci siamo messi a giocare a Uno di nuovo anche se fa tanto vintage, del fatto che mio papà mi abbia costruito un’amaca, oggetto che desideravo da quando la vidi sotto il portacoda di Paperino per la prima volta su “Topolino”, del fatto che mi sia fatta una scorpacciata di Rat Man in pochi giorni, del fatto che abbia scoperto di amare più Lomo Camera che Instagram, di come abbia partecipato alla mia prima sfilata medievale e di come abbia rimesso a nuovo il sito di mia mamma. Ma più di tutto, quello che mi preme rivelare al mondo è che a volte l’intolleranza a certe situazioni possa essere, a dispetto delle apparenze, benefica, poiché permette di stare meglio con se stessi e con gli altri.

Non sottovalutatela!  :witch:

P.S. Il nuovo vestito del blog è opera della mia deliziosa quanto geniale amica Laurie: è o non è stupendo?