Nel traffico

Digressione

Imbottigliata nel traffico, nella lunga coda di macchine, mi piace guardare all’interno delle auto ferme accanto alla mia. Mi piace osservare la diversità di ognuna data dall’età, dal lavoro, dalla cultura e dall’estrazione sociale dei suoi occupanti. Mi piace il contrasto tra una Mercedes in cui una mano, nervosamente, fruga dentro una Neverfull dai bordi scuriti e consunti mentre l’altra controlla l’Iphone ed una Panda giovane di almeno 30 anni in cui entrambe le mani, ruvide, callose e sporche, che tra le dita stringono una sigaretta, decidono la direzione ed il destino sia del mezzo che del guidatore. Non è una semplice questione di voyeurismo, è qualcosa di più profondo, di più raffinato: si tratta di entrare in contatto con le altre persone, indovinare il loro stile di vita guardando soltanto le cose delle quali si circondano e soltanto per qualche minuto.

Sopratutto, mi piace vedere come, via via che scorre la fila, scorrano anche accessori, colori, oggetti, persone, vite. Mi piace vedere come si mescolino tra di loro senza urtarsi mai. Lo trovo… simbolico.

La Città

Standard
In risposta al post di Scrivere Creativo, La Città.

1. La fuga.

Dopo aver corso così tanto, spaventata ed in cerca di un rifugio, la città che avevo davanti agli occhi non mi sembrava poi così strana. Non mi sembrò strano il sentiero che conduceva al suo interno, simile ad una foglia accartocciata, non mi sembrò strano il suo alzarsi gradatamente da terra, non mi sembrarono strane nemmeno le casette ammonticchiate una sull’altra. Perché fuggivo? Da cosa? Non lo ricordavo più ormai. Fuggivo da così tanto tempo che per me scappare era diventato un atto quotidiano e naturale, come lavarsi il viso al mattino, appena sveglia. Sapevo solo che le Ombre, dietro di me, mi inseguivano, e, senza neanche chiedermi il perché, fuggivo da loro. Sapevo solo che non avrei voluto cadere tra le loro braccia.

2. L’abbandono.

Entrata dunque in città, dopo aver percorso a nuoto il fiume che mi separava da quello strano sentiero accartocciato che conduceva al suo interno, la prima cosa che notai fu il dedalo di stradine che, ingarbugliate, si accavallavano e si intrecciavano l’una sull’altra. Anche quello, lì per lì, non mi sembrò un particolare strano, ma ammetto che provai un leggero senso di inquietudine, trovandomi di fronte a quel gomitolo di mattoni e muri di pietra. Proseguendo nella mia esplorazione, mi meravigliai di come quella città fosse completamente disabitata: non vi erano persone alle finestre, né animali per strada, né alcun segno di vita all’interno della cittadella. Pure, le case erano ben tenute, i muri intonacati di fresco, le strade pulite. Era una città nuova, perfetta, solo, era vuota. Continuai nella mia esplorazione, e continuai per giorni e giorni: sembrava che il mio corpo non conoscesse stanchezza, fame o sonno. Durante quel vagabondare, mi accorsi che la città era un intricato labirinto, e che non sembrava esserci fine. Credevo ormai di essermi cacciata in un guaio ancora peggiore di quello delle Ombre, intrappolata in quel nido di case abbandonate, per sempre, quando finalmente arrivai a quello che pareva il confine ultimo della città.

3. La vendetta

Davanti a me c’era una sorta di razzo. Ma non un razzo come lo avevo sempre inteso, no: era un potente getto di aria che si sprigionava dalla città stessa, e che, grazie alla sua forza propulsiva, la faceva sollevare da terra e avanzare. Non c’era calore, non c’era fuoco: solo aria tremolante, sparata a grandissima velocità, che disintegrava le case intorno. Passati i primi momenti di smarrimento, ebbi un’epifania: la città era una creatura viva, e quello era il suo modo di spostarsi. La forza propulsiva utilizzata per muoversi disintegrava le case che vi erano immediatamente accanto, e, mano a mano che ingoiava muri e tetti, e che dunque consumava se stessa, altre case venivano aggiunte, sostituendo quelle distrutte, esattamente come succedeva al corpo umano per i capelli o per la pelle.  Capì dunque anche perché la città fosse vuota: come si sarebbe potuto vivere su un essere vivente che ingoiava se stesso? Capì anche che quello era il momento di scappare: se avessi indugiato ancora un poco, quella tremenda forza invisibile avrebbe catturato anche me, e mi avrebbe reso brandelli. Cominciai dunque a correre a perdifiato, di nuovo, ripercorrendo i miei passi, per giungere alla porta dalla quale ero entrata e finalmente fuggire da quel posto mistico e deserto.

Mentre correvo, però, pensavo. <<E’ questo il mio destino? Dover sempre fuggire? Una fuga mi ha portato qui, e con una fuga cerco di andarmene. Perché devo ancora scappare? Perché non posso fermarmi anch’io, e riposare, come tutti gli altri?>> Presi dunque una decisione. Correndo a più non posso, raggiunsi il portone attraverso il quale avevo fatto ingresso nella strana città, passai su quella strana lingua accartocciata che ne costituiva il sentiero di accesso e atterrai sul morbido terreno ricoperto di erba. La città infatti si era spostata, e aveva oltrepassato il fiume che, quando ero arrivata, avevo dovuto attraversare a nuoto. Come immaginavo, le Ombre erano lì, e mi aspettavano, come severi carnefici ligi al proprio compito. Mi guardavano con i loro occhi senza pupille, e intanto fluttuavano nell’aria, agitando il loro corpo nerastro e impalpabile. Sapevo che la prima volta non mi avevano inseguito all’interno della città per via del fiume, per via di quell’acqua verde che non potevano soffrire. <<Eccomi qui.>> Urlai. <<Non mi stavate cercando?>> Mi voltai, e cominciai di nuovo a correre. La familiare sensazione della fuga mi guizzò nella mente, ma stavolta sapevo che sarebbe stato diverso. Sapevo che non stavo scappando. Oltrepassai di nuovo il portone della città, percorrendo in equilibrio il sentiero linguacciuto, e poi, grazie al vantaggio datomi dalla sorpresa, mi appollaiai su una piccola terrazza posta sul muro di cinta, sfruttando dei mattoni disposti a scale che avevo visto prima, durante la mia esplorazione. Come avevo previsto, le Ombre, senza più l’ostacolo dell’acqua, mi erano venute dietro, ed ora si agitavano, fiutando l’aria come cani, alla mia ricerca. Uno scatto le fece voltare. Avevano forse compreso, mentre vedevano il cancello del grande portone abbassarsi, che finalmente mi ero liberata di loro? <<Buona permanenza, Ombre! E a mai più rivederci!>> Gridai. Le vidi girare quella testa che non avevano, guardarmi con quegli occhi senza pupille, e aprire quella bocca senza contorni. Quella fu l’ultima cosa che vidi, perché appena pronunciata la frase, mi lasciai scivolare lungo il condotto di scolo che dalla città portava all’esterno. Disgustoso, sì, ma era l’unico modo di uscire dalla prigione in cui avevo rinchiuso le Ombre. Sapevo che non avrebbero potuto seguirmi; poiché attraverso il condotto scorreva dell’acqua, in ogni caso, e se solo l’avessero toccata, si sarebbero dissolte all’istante. Ero libera – libera e felice, come si suol dire – e ancora stranita da questa strana sensazione, mi sedetti sull’erba, osservando la Città proseguire il suo eterno viaggio. Avevo ottenuto la mia vendetta. E, insieme a questa, la mia libertà.

A proposito di un mandarino

Standard

Il mandarino è ruvido al tatto, e liscio all’olfatto. La sua buccia porosa fa immaginare le mani callose che lo hanno colto, e quelle guantate che lo hanno maneggiato. Comincio a sbucciarlo; e subito un intenso profumo, fresco e buono, mi colpisce il naso. Lo apro a metà: il profumo è ancora più forte, si insinua in alto, e, procedendo, si svolge, si dipana, si allunga; come un gomitolo di lana: ecco che arriva l’acidulo, il dolciastro, il caramelloso. Un ricordo si fa strada: io bambina che afferro una caramella all’arancia prima di andare a scuola. E’ inverno, fa freddo sono nella mia vecchia casa e vado ancora alle elementari. Saluto la coppia di canarini che cinguettano nella loro gabbietta, sulla cima della credenza, pensando che non devono andare a scuola, e che vorrei stare con loro.

Scrivere creativo

image

– scriverecreativo.com
– facebook.com/scriverecreativo
– scriverecreativo@gmail.com

Scriverecreativo.com

View original post