Oioi

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Pare che, per quanto mi sforzi, l’avvocatura sia al momento l’unica strada più o meno “certa” che ho davanti. Voglio dire, almeno sappiamo quando c’è l’esame. Che posso farlo. Sappiamo dove. E sappiamo cosa c’è in palio. A differenza di tutte le altre cose che attualmente ho tra le mani, e di cui nessuna è certa.

Qualche giorno fa ho fatto il test della personalità di Jung, ed è risultato fuori che la carriera adatta a me è la scienziata, l’ingegnere, l’avvocato mangeriale, o un qualche posto di comando a scelta tra dirigente, presidente etc etc. Ritorna anche qui il mestiere dell’avvocato.

A ben pensare, a me non dispiace fare l’avvocato. Devi scrivere, devi ragionare sulle cose, devi studiare, devi difendere le persone. Quando vado in studio, immagino sempre che sia il mio, ed immagino cosa cambierei e come lo arrederei. Mi immagino seduta alla scrivania a ricevere le persone, a spiegare loro cosa succederà poi e come si svolgerà la procedura, e prospettare le alternative e le soluzioni possibili.

E’ che ancora non ne sono del tutto convinta, ecco.

Eppure, sembra che tutto porti a questa conclusione. Forse dovrei semplicemente smettere di “combattere” e lasciarmi andare; fare davvero l’avvocato e via. Senza resistere contrapponendo dubbi ed incertezze, ragionamenti troppo ragionati e pensieri troppo pensati. A volte mi sembra di essere in uno di quei film dove il protagonista tenta con tutte le sue forze di fare altro rispetto a quello per cui è evidentemente chiamato a fare, fino a quando non arriva un vecchio saggio che gli dice: <<Tu non puoi opporti al tuo destino>>.

Forse sarei anche un bravo avvocato. E potrei davvero aiutare la gente. Ecco, forse è questo che mi blocca, la paura di non riuscire. O l’ansia di farlo. Ogni volta che immagino di ricevere le persone nel mio studio, appare puntuale l’eterna domanda: <<Sarei poi davvero in grado di farlo? Saprei come fare, cosa fare? E poi: riuscirei a conciliare la vita personale con quella professionale? Non sarebbe meglio un lavoro dagli orari fissi, coincidenti con quelli della persona che mi sta a fianco?>>

Probabilmente, è sempre quello il punto. E, da un punto di vista logico, sarebbe stupido non provare nemmeno per via di queste sensazioni.

So bene che è meglio studiare, per il momento, dato che sono domande alle quali chissà quando avrò una risposta. E’ solo che, se l’avessi ora, la risposta, studierei meglio, con più convinzione, certa di stare facendo la cosa giusta, di stare muovendo i passi giusti. E’ questa incertezza perenne, sommata alla stanchezza di non sapere mai se prima o poi riuscirò a cambiare vita, cambiare casa, uscire dal nido che mi sfianca. A 29 anni uno dovrebbe avere determinate cose, aver raggiunto determinate posizioni. Ed invece, mi ritrovo nella stessa situazione di 15 anni fa: a studiare, a casa dei miei, e muovermi col pullman su e giù, perdendo la vita ad aspettare la prossima corsa.

Oioi.

La libertà

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LibertàIeri mi è stato detto: «Ma perché vuoi venire qui dentro, a lavorare in questa prigione? Adesso sei così libera!»
Così libera.
Per me la libertà è mangiare una pizza e poterla pagare con i propri soldi, è poter andare a vivere da sola, è poter pagare le bollette della luce, dell’acqua, del gas; è potermi comprare gli oggetti che mi servono, è poter pensare seriamente a costruire Qualcosa con il mio ragazzo.
Questa, è la libertà.
Ed io, ora come ora, non ce l’ho.
L’ho spiegato al tipo e agli altri astanti – tutti assunti – che erano presenti alla discussione, ma non credo mi abbiano capito fino in fondo.
D’altra parte,

L’uomo sazio non crede all’uomo digiuno.