Il rosso e il giallo

Standard

Tra le tante persone che ho incontrato di sfuggita oggi, due hanno colpito la mia attenzione: la prima era una ragazza dai folti capelli ricci, rossi e rigorosamente divisi da una riga centrale. Era seduta sul bus ed aveva un’aria triste. Ogni tanto il suo bel viso a cuore faceva una smorfia per poi riprendere subito il suo contegno serio. Non la guardavo in continuazione, ma ogni volta che mi capitava di farlo aveva sempre un’aria di dignitoso dolore. Quando ho posato gli occhi su di lei per l’ultima volta, si teneva la testa tra le mani e si copriva il volto con le dita: ho capito che, nonostante gli sforzi, non riusciva a trattenere la tristezza.

La seconda era una signora sui sessant’anni alla fermata del bus. Aveva le sopracciglia molto fini, disegnate con la matita, ed i capelli colorati da una tinta scadente, di un giallo sporco che li rendevano stopposi. Mi ha colpito perché, oltre alle improbabili sopracciglia (orribili in una ventenne, figuriamoci su una sessantenne) ripeteva in continuazione, alla sua amica di fermata, l’intercalare: “Signora mia” che avevo letto solo sui post del Doc Manhattan, quando imitava, appunto, le casalinghe di una certa età.

Prima il Rosso, poi il Giallo.

Il primo giorno dell’anno

Standard

Il 2014 si è concluso in un modo decisamente insolito: dopo un susseguirsi di colpi di scena che Pretty Little Liars scansati, io e il mio ragazzo abbiamo passato l’ultimo dell’anno in un locale,  mangiando quindi cose cucinate da altri insieme a persone sconosciute. Di solito, i nostri San Silvestro li abbiamo sempre passati a casa di amici con gli amici, oppure, come è successo l’anno scorso, nella città dove lui lavora, organizzando da soli il Cenone e poi festeggiando in piazza.

L’esperienza si è rivelata divertentissima.

Sapevamo già che avremmo cenato insieme a dei perfetti estranei, poiché i posti liberi rimasti erano in una tavola da sei già occupata da altre persone, che il proprietario del locale non ha esitato a definire “strane”. In effetti, i nostri vicini di tavolo sembravano personaggi di Blade: c’erano Abraham Whistler, in giacchetta di jeans e capelli lunghi, e due vampiri quasi completamente ricoperti di tatuaggi, che cozzavano con i baffi a manubrio dell’esemplare maschio e la borsa di pelle color cognac di quello femmina. Tutti del nord Italia e tutti alla mano (per fortuna!). Sicuramente anche loro, come noi, non sapevano chi si sarebbero trovati accanto, e forse temevano una coppia attempata inneggiante Lega.

Ma, a parte questo, ho potuto constatare, ancora una volta, come il Capodanno sbricioli il ritegno delle persone; non solo di quelle più giovani e giovanissime ma anche e soprattutto di quelle cresciutelle, e osservare più che mai la grande varietà di fauna umana che popola il mondo: oltre ai personaggi di cui sopra ho visto signore distinte, con vestiti sobri e fini, ballare delicatamente Get Lucky dei Daft Punk, campagnoli ripuliti con camice scolorite ululare allo smartphone dell’amico che riprendeva, 50enni alti e magri, vestiti di nero, scatenarsi con mosse (a loro dire) sensuali, culone ingioiellate coi ninnoli di famiglia ballare il famigerato Gioca jouer e, infine, mimare Olivia Newton Jones sulle note di Grease.

Ho visto anche ragazzi come e più piccoli di noi, ma la generazione dei genitori sovrastava qualunque cosa, invadeva ogni spazio, copriva qualsiasi suono con la loro dichiarazione di indipendenza, affermando chiassosamente di voler fare casino, di volersi sentire adolescenti almeno per una notte; cosicché la nostra generazione si limitava ad osservare divertita, ballare da seduta, scattare foto e farsi selfie con i boccali di birra. Non so se dopo la cosa sia degenerata, perché all’1.20 io e la mia metà siamo andati via.

Credo sia stato uno dei Capodanni più istruttivi di sempre. Mi diverto sempre tanto ad osservare le persone, a coglierne i particolari che li rendono così unici e diversi dal resto del mondo.

E questo Capodanno me ne ha decisamente dato l’occasione.

Cominciamo bene 2015, bravo. 😀