Breviter

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In questi giorni ho guardato due storie che mi hanno fatto commuovere.

Il primo è AIR, ed è un anime del 2010.

Il secondo è LEI, ed è un film del 2013.

Due storie d’amore, due storie di persone lontane eppure vicine.

Ed io guardo, e mi commuovo, e odio quando mi commuovo.

Sono febbricitante in questi giorni, i miei nervi sono ipersensibili e ho la costante sensazione di vivere in un sogno.

-Ti sei mai chiesto cosa potresti fare se potessi usare la magia?

Era un manichino, oggi, sul bus.

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Oggi ho visto un ragazzo, sul bus, mentre tornavo a casa, con il braccio coperto di cicatrici. Non è più così facile nasconderle, ora che le temperature costringono alle maniche corte, e quei lunghi segni bianchi decoravano il suo avambraccio da adolescente come tatuaggi indelebili. Alcune, più spesse delle altre, mi hanno fatto capire che il taglio inflitto doveva essere stato piuttosto profondo.

Così ho aggrottato le sopracciglia. Mi fa rabbia vedere queste cose; insomma, che buon motivo hai per tagliarti? Il mondo è crudele? La fidanzata ti ha mollato? Devi dimostrare a tutti quanto soffri? Oh, come ti sembra romantico, il gesto di afferrare una lametta e disegnare piccoli righi rossi sul tuo braccio! Oh, com’è romantico, questo grido di aiuto! Altro che piangere e strepitare! E nessuno, nessuno ti può capire, vero? Nessuno ci riesce perché tu, dall’alto del tuo piccolo piedistallo di rovi e di lacrime, ti senti un poeta maledetto, dedito all’autodistruzione che noialtri, poveri mortali stolti, non possiamo capire!

Ero così infastidita dalla vista di quel braccio ricoperto di cicatrici che avrei voluto andargli vicino e dirgliene quattro. E stavo per farlo, quando sono salite due donne e hanno cercato di mettere il passeggino lì, accanto a lui, che stava nella zona del bus dedicata a passeggini e sedie a rotelle. Si è lasciato pestare il piede dalla ruota del passeggino, le donne gli hanno detto qualcosa e lui ha farfugliato qualche parola, credo fosse: “Tanto adesso scendo”, poi si è diretto all’uscita del bus e lì è rimasto, in piedi, piccolo zombi con il braccio pieno di cicatrici e le spalle curve, ad osservare il vuoto. Quando è toccato a me scendere, credevo che lui mi avrebbe preceduta, ma non lo ha fatto: ha continuato a rimanere lì, in piedi, assente, ad occupare tutto lo spazio, così, non so se inconsciamente, gli ho dato una spallata non troppo forte, forse per cercare di svegliarlo, per vedere se c’era qualcuno dentro quell’involucro di carne e capelli biondi.

Niente, lui non ha fatto una piega, ed io sono scesa, e mi sono voltata per vedere se avesse avuto qualche reazione postuma, se mi avesse mandata a quel paese, se avesse avuto un ghigno, un’espressione di fastidio, un qualcosa che rivelasse la sua umanità insomma, il suo essere vivo. Niente. La sua faccia e i suoi occhi azzurri hanno continuato a fissare il vuoto, maschera dura e indolente verso tutto ciò che gli stava capitando intorno. E allora ho pensato a sua madre, ai suoi genitori, a come non saprei cosa fare con un figlio così, pur sapendo di dover fare qualcosa. Mi è venuto il dubbio che forse è un tossico, senza doversi necessariamente drogare in modo pesante – forse ha fumato troppa maria? Non so, fatto sta che sono stati la sua totale indifferenza verso quella ruota del passeggino che gli ha pestato un piede, quel suo non spostarsi né parlare, che mi ha bloccato dal dirgli qualcosa. Quegli occhi vuoti, privi di espressione, di luce, di brillantezza. Perché reagiva così? Il mondo, in mia vece, aveva fatto qualcosa per interagire con lui e lui non aveva fatto niente. Era un manichino, finto eppure vero, quello che ho incontrato oggi sul bus.

 

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Mi è appena venuto un flash.

Orrendo.

E se sabato venissero pure quegli altri – e già questo sarebbe una noia – e il tempo mettesse talmente a brutto che sarebbero costretti a rimanere con noi?

Aiuto.

Non vedo l’ora che venga sabato, per una serie di svariati motivi.