Writing Challenge: racconta del tuo primo amore.

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Seguendo l’esempio di Contraddizione Ambulante, ho deciso di intraprendere la Writing Challenge proposta da Progetto Felice: so di essere un tantinello in ritardo ma meglio tardi che mai… no?

Dunque, cominciamo.

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“Racconta del tuo primo amore”

Cominciamo alla grande! Dunque, il mio primo amore è quello attuale. E’ il mio S., al quale sono legata da ben dieci anni… Il nostro è stato un amore alla Capeside: eravamo membri del gruppetto di amici che fa sempre tutto insieme, cresce insieme, litiga, fa la pace… Diciamo sempre che stiamo insieme da dieci anni ma ci conosciamo da molto più tempo… 15 anni almeno direi. E’ un ragazzo serio, dolce, affidabile e incredibilmente divertente: la sua gioia di vivere mi contagia ogni volta, mitigando molto il mio carattere analitico e alle volte troppo rigido. Adoro stare insieme a lui, sento di potermi aprire ed essere me stessa, non mi trattengo come faccio con gli altri, calo la maschera e mi rivelo per quella che sono. E’ la persona più importante del mondo per me ed è, allo stesso tempo, il mio primo amore, il mio migliore amico e l’Amore della mia vita.

Come primo post della Writing Challenge direi che non c’è male… 😀 E voi? Raccontatemi del vostro primo amore!

Era un manichino, oggi, sul bus.

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Oggi ho visto un ragazzo, sul bus, mentre tornavo a casa, con il braccio coperto di cicatrici. Non è più così facile nasconderle, ora che le temperature costringono alle maniche corte, e quei lunghi segni bianchi decoravano il suo avambraccio da adolescente come tatuaggi indelebili. Alcune, più spesse delle altre, mi hanno fatto capire che il taglio inflitto doveva essere stato piuttosto profondo.

Così ho aggrottato le sopracciglia. Mi fa rabbia vedere queste cose; insomma, che buon motivo hai per tagliarti? Il mondo è crudele? La fidanzata ti ha mollato? Devi dimostrare a tutti quanto soffri? Oh, come ti sembra romantico, il gesto di afferrare una lametta e disegnare piccoli righi rossi sul tuo braccio! Oh, com’è romantico, questo grido di aiuto! Altro che piangere e strepitare! E nessuno, nessuno ti può capire, vero? Nessuno ci riesce perché tu, dall’alto del tuo piccolo piedistallo di rovi e di lacrime, ti senti un poeta maledetto, dedito all’autodistruzione che noialtri, poveri mortali stolti, non possiamo capire!

Ero così infastidita dalla vista di quel braccio ricoperto di cicatrici che avrei voluto andargli vicino e dirgliene quattro. E stavo per farlo, quando sono salite due donne e hanno cercato di mettere il passeggino lì, accanto a lui, che stava nella zona del bus dedicata a passeggini e sedie a rotelle. Si è lasciato pestare il piede dalla ruota del passeggino, le donne gli hanno detto qualcosa e lui ha farfugliato qualche parola, credo fosse: “Tanto adesso scendo”, poi si è diretto all’uscita del bus e lì è rimasto, in piedi, piccolo zombi con il braccio pieno di cicatrici e le spalle curve, ad osservare il vuoto. Quando è toccato a me scendere, credevo che lui mi avrebbe preceduta, ma non lo ha fatto: ha continuato a rimanere lì, in piedi, assente, ad occupare tutto lo spazio, così, non so se inconsciamente, gli ho dato una spallata non troppo forte, forse per cercare di svegliarlo, per vedere se c’era qualcuno dentro quell’involucro di carne e capelli biondi.

Niente, lui non ha fatto una piega, ed io sono scesa, e mi sono voltata per vedere se avesse avuto qualche reazione postuma, se mi avesse mandata a quel paese, se avesse avuto un ghigno, un’espressione di fastidio, un qualcosa che rivelasse la sua umanità insomma, il suo essere vivo. Niente. La sua faccia e i suoi occhi azzurri hanno continuato a fissare il vuoto, maschera dura e indolente verso tutto ciò che gli stava capitando intorno. E allora ho pensato a sua madre, ai suoi genitori, a come non saprei cosa fare con un figlio così, pur sapendo di dover fare qualcosa. Mi è venuto il dubbio che forse è un tossico, senza doversi necessariamente drogare in modo pesante – forse ha fumato troppa maria? Non so, fatto sta che sono stati la sua totale indifferenza verso quella ruota del passeggino che gli ha pestato un piede, quel suo non spostarsi né parlare, che mi ha bloccato dal dirgli qualcosa. Quegli occhi vuoti, privi di espressione, di luce, di brillantezza. Perché reagiva così? Il mondo, in mia vece, aveva fatto qualcosa per interagire con lui e lui non aveva fatto niente. Era un manichino, finto eppure vero, quello che ho incontrato oggi sul bus.

 

Follow the white rabbit

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Follow the white rabbitStanotte ho fatto uno strano sogno.

E’ uno di quei sogni che anni fa facevo praticamente ogni notte: io, con le gambe molli, cercavo di raggiungere un punto B partendo da un punto A ma, nel tragitto, incontravo difficoltà di ogni genere; dalle stradine tortuose che si aggiungevano a mano a mano che camminavo, stile Inception, al punto B che si spostava. In pratica, quando mi svegliavo, stavo ancora cercando di arrivare alla meta. Spesso dovevo gridare qualcosa ma, come nelle migliori tradizioni, non avevo la voce. La cosa ancora più strana (lo so, sembra incredibile) è che io non avevo paura, ero anzi piuttosto scocciata di dover fare tutta quella inutile fatica e, quando i sogni divennero ricorrenti, pensavo addirittura, un secondo prima di svegliarmi: <<Ecco, di nuovo il mio solito sogno, che noia!>>

Stanotte la storia si è più o meno ripetuta secondo il copione: questa volta, il punto B era la casa del mio ragazzo, dove c’era la festa di Capodanno. Andavo dunque alla stazione, che si trovava sotto la mia ex università, ma vi arrivavo con le gambe incredibilmente molli, facendo una fatica enorme lungo la strada. Quando finalmente entravo in stazione, scoprivo che i treni quel giorno non partivano per via di uno sciopero, e quindi ritornavo per strada, sempre con le mie gambe molli, per cercare qualche altro mezzo di trasporto, che, ovviamente, non c’era. Alla fine – e qui è la differenza sostanziale – raggiungevo la casa del mio ragazzo, ma tardi, quando la festa era già finita. Eravamo rimasti soli, le mie gambe erano tornate normali e gli dicevo: <<Guarda, mi hanno rimborsato il biglietto del treno! Visto che non ti dicevo bugie, non erano scuse per giustificare il mio ritardo, lo dimostra il fatto che mi hanno rimborsato il biglietto!>>

Non so perché abbia fatto questo tipo di sogno dopo tutto questo tempo, ma sono contenta del fatto che stavolta sia riuscita a raggiungere il punto B – seppur in ritardo e con mille difficoltà – e “a finire la storia”.

Qualcosa vorrà pur dire.